CRESCERE VUOLE DIRE UN RADICALE CAMBIAMENTO DI CULTURA, NON SOLO MANOVRE

Nelle ultime settimane il nostro paese è stato sull’orlo di una catastrofe, che avrebbe trascinato con sé l’Europa e il mondo intero. La manovra di austerità del governo Monti ha recuperato la credibilità perduta, non perché fosse particolarmente innovativa, ma solo per la sua serietà (i numeri non cambiavano continuamente e i tagli da una parte non si recuperavano dall’altra). Il pericolo è tutt’altro che scampato sia perché i mercati hanno perso la fiducia che l’Europa riuscirà a realizzare in poco tempo ciò che aveva promesso anni fa e cioè una maggior integrazione fiscale (e quindi politica), sia perché si è finalmente capito che il problema dell’Italia non è il suo debito ma il fatto che l’economia non cresce da 20 anni.  La crescita (che alla fine vuole dire più gente che lavora) è infatti l’unico modo di ripagare il debito perché con l’aumento del PIL aumentano le entrate fiscali. Si dirà “ma il nostro enorme debito è lì da sempre, perché i mercati se ne sono accorti solo ora?”. La risposta è che il nostro paese è stato vittima di quella crisi di fiducia globale iniziata nel 2008 che ha visto gradualmente abbattere una serie di tabù: che le banche non potessero fallire (effetto Lehman), che gli USA fossero il massimo della sicurezza (perdita della tripla A), che l’euro fosse ormai eterno.  Per quanto ci concerne, i mercati hanno sempre ragionato più o meno così”, l’Italia è molto indebitata e la sua economia è immobile, ma prima o poi ripartirà e ripagherà i suoi debiti”. Ebbene, da aprile di quest’anno il fatto che la nostra economia prima o poi riparta non è più così scontato e gli spread salgono, nonostante la credibilità della manovra di austerità del governo Monti.

Roger Abravanel

I dubbi sono legittimi. Fare ripartire un’economia che è ferma da 20 anni non è ovvio, soprattutto per chi sa che l’economia italiana non cresce da 20 anni perché non è stata capace di adeguarsi al nuovo paradigma delle società post-industriali nelle quali le imprese che nascono e crescono creando posti di lavoro e successo non sono più le fabbriche di elettrodomestici e d’acciaio ma imprese industriali e di servizio che sfruttano la tecnologia e l’innovazione per competere nelle società di servizi del 21mo secolo. Nell’Italia dei mobilieri non è nata una IKEA, in quella del turismo una Starwood o NH hoteles, mentre Nestlè (Nespresso) e Starbucks dominano il mercato mondiale del caffè e del cappuccino.  Nei miei due saggi “meritocrazia” e “regole” (dei quali verso in beneficienza i ricavi) ho spiegato che in Italia sono mancati i due ingredienti essenziali di questa trasformazione. Primo la valorizzazione del capitale e del talento umano. La legge bipartisan che ha creato incentivi fiscali al rientro dei “cervelli” italiani emigrati è fallita miseramente perché in Italia mancano le condizioni per attrarre qualunque talento (italiano, inglese o cinese) che abbia possibilità di essere valorizzato all’estero. Secondo, perché in Italia il valore  di avere leggi giuste e rispettate da tutti , che è l’essenza della libertà economica e del capitalismo, non è mai nato. Gli italiani non hanno capito che rispettare le regole conviene, non è solo un obbligo  morale. Se in Italia i premi della RC auto sono doppi che nella media europea, è perché siamo il paese che ha il più alto tasso di colpi di frusta fraudolenti che aumentano il costo dei sinistri per le compagnie, le quali si rifanno immediatamente sulle tariffe, che vengono viste dagli italiani come tasse (e come tali evase – 3 milioni di italiani non hanno l’assicurazione); il danno non è solo per gli automobilisti onesti che pagano tariffe spropositate, ma anche per il settore assicurativo che, in questo clima di illegalità diffusa, alla fine è uno dei meno competitivi e innovativi del mondo.

L’assenza di questi due ingredienti essenziali – meritocrazia e rispetto delle regole – ha radici lontane. Infatti, nel secolo scorso nel nostro paese ha stentato ad affermarsi quel fenomeno di “capitalismo di massa” che ha trasformato le società anglosassoni e nord-europee, e che ha creato opportunità per gli outsider di talento: aziende innovative nei settori di servizio e tecnologia, università eccellenti, meritocrazia spinta. Da noi si è sviluppato invece un modello di capitalismo egalitarista che ha avuto come suoi pilastri di riferimento il “6 politico”, la cultura del “piccolo è bello” (con incentivi a restare piccoli come l’articolo 18 e la possibilità di restare “sommersi”) e un modello di regole del lavoro ingessato (costruito dalla fatale alleanza tra sindacati-confindustria e governo).

Questa gravissima crisi ha fatto venire tutti questi nodi al pettine, ma crea anche la straordinaria opportunità di affrontarli e risolverli una volta per tutte perché molti italiani stanno intuendo che i loro risparmi sono a rischio e così pure il lavoro e le pensioni dei propri figli. In questi ultimi anni si sono visti dei “semi del merito” e “semi di crescita” che ho descritto nei due saggi ed è arrivato il momento di farli fiorire.

Le iniziative su cui muoversi sono chiare:

1) Ripensare il welfare famigliare italiano che protegge il lavoro del capo famiglia a tutti i costi con un modello di flexsecurity del lavoro che garantisca a tutti contratti di lavoro a tempo indeterminato, ma anche la possibilità di licenziare lavoratori che avranno un sussidio garantito e strutture di re-inserimento nel mondo del lavoro. E’ il sogno di Pietro Ichino (Senatore del Pd, ex- sindacalista considerato un “traditore” dalla sinistra) che però richiede magistratura e imprese molto diverse da quelle di oggi.

2) Un nuovo” Britannia” per combattere l’evasione fiscale, esattamente come nel 1992 a bordo della nave “Britannia”Mario Draghi avviò la grande stagione delle privatizzazioni italiane. Solamente una riduzione del 20 percento dei 120 miliardi l’anno di evasione vale una manovra, ma soprattutto crea quel clima di rispetto della legalità delle regole necessario per la competitività e la crescita. Per farlo sarà necessaria un’autentica rivoluzione nei metodi, risorse, obiettivi della nostra Agenzia delle entrate che dovrà diventare un modello di eccellenza della nostra PA dei prossimi 10 anni, come lo è stato il Ministero del Tesoro nell’ultimo decennio del secolo scorso.

3) Liberalizzazioni ben fatte (e ben comunicate) dei servizi di mercato. La “industrializzazione “ delle professioni che farà nascere da migliaia di singoli professionisti (avvocati, geometri, architetti ecc) grandi studi professionali con eccellenza nazionale e internazionale. Vera concorrenza nel mondo delle farmacie e dei taxi, con approcci che però riconoscano gli investimenti fatti da chi si è svenato in passato per acquistare una licenza o una farmacia.

4) Re-regolazioni dei servizi locali come l’acqua, i rifiuti e i trasporti, per ridurre gli immensi sprechi e fare nascere grandi imprese competitive grazie a Authority/regolatrici di grande qualità (come lo è stata ai tempi della privatizzazione dell’ENEL l’Autorità dell’Energia), che eliminino il ruolo dei regolatori/politici sul territorio (comuni, provincie e regioni), oggi preda della corruzione e dell’illegalità.

5) Una vera e propria “fabbrica della giustizia civile”, oggi con i tempi del Gabon e incapace di garantire quel rispetto della legalità essenziale per il nascere del capitalismo moderno. Nei due saggi ho spiegato come non si tratti di ridefinire nuove normative ma di adottare approcci organizzativi efficaci (come è stato fatto al tribunale di Torino), regolare l’accesso alla giustizia più garantista del mondo (si può andare in appello per una multa), addestrare i magistrati ad essere più succinti e incentivare le carriere dei magistrati che giudicano bene ma anche velocemente.

6) Un sistema educativo che si preoccupi meno dei docenti e più dei “consumatori” che in realtà sono gli studenti. I timidi tentativi del Ministro Gelmini nel valutare gli insegnanti debbono essere enormemente accelerati e i primi a capirlo debbono essere i genitori delle famiglie meno abbienti, oggi allineati con docenti che tolgono ai loro figli l’opportunità di un futuro migliore, perché spesso sono di qualità inadeguata a insegnare i figli a capire ciò che leggono e a ragionare con la propria testa.

7) Una Rai che riscopra finalmente il significato di una televisione pubblica, adottando un sistema di governance come quello della BBC che dipende da una fondazione di persone eccellenti che nulla hanno a che fare con la politica.

Tutto ciò richiederà ben più di una manovra, ma un ripensamento totale non solo dei costi ma anche della qualità della politica che dovrà occuparsi meno di “politics” e più di “policies”, scegliere i propri rappresentanti in maniera veramente meritocratica e fare nascere nuove ideologie di “destra” e di “sinistra”, perché la politica italiana non ha mai avuto né una Margareth Thatcher né un Tony Blair.

E network eccellenti come quello dei Cavalieri del Lavoro possono essere agenti essenziali di questa trasformazione, perché se è vero che sono sempre stati i giovani a trasformare le società, è anche vero essi hanno sempre avuto bisogno di punti di riferimento e modelli di eccellenza e valori morali.

Roger Abravanel

da ERGO Anno 8 n. 4 , gennaio 2012