L’ILLUMINISMO DELLE RIFORME CIVILI: il contributo degli economisti lombardi

La Sala delle Adunanze dell’Istituto Lombardo presso il Palazzo di Brera ha ospitato il 13 e 14 dicembre 2011 un interessante convegno internazionale; l’affascinante tema trattato è ben riassunto dal titolo stesso della due giorni: «L’Illuminismo delle riforme civili: il contributo degli economisti lombardi». Molteplici gli illustri ospiti intervenuti a dibattere circa uno dei momenti più significativi del Settecento riformatore in Europa. L’Illuminismo lombardo è all’origine di due importanti contributi a livello continentale: la critica del sistema delle pene di Cesare Beccaria e le indagini di Pompeo Neri sui presupposti catastali della tassazione fondiaria.

Il primo, in ordine cronologico, intervento è quello del Professore Roberto Scazzieri il quale definisce una sorta di ponte tra l’Illuminismo in generale e quello legato alle tematiche economiche: «La formazione dell’economia politica è strettamente collegata alle tradizioni intellettuali dell’illuminismo. Tuttavia l’illuminismo degli economisti è un fenomeno complesso di cui e’ importante non dimenticare la pluralità di articolazioni. Non diversamente da quello che accade per l’Illuminismo in generale, anche l’illuminismo degli economisti si esprime attraverso analisi e proposte spesso molto lonta ne fra loro, anche se non è difficile individuarne una matrice comune. Ad esempio, l’illuminismo di coloro che, come i Fisiocrati, assumono il punto di vista dei “consiglieri esterni” rispetto all’autorità sovrana è profondamente diverso dalla prospettiva degli economisti che adottano l’ottica dei “commercianti colti” e sottolineano l’autonomia relativa di divisione del lavoro e mercati rispetto agli stati; così come è diverso  dalla prospettiva di quegli economisti che si collocano per così dire in una posizione intermedia fra mercati e strutture di governo e ne esplorano le interdipendenze sul piano analitico e su quello dell’azione politico-amministrativa».

Una collocazione di questo importante periodo storico relativo alla nostra regione viene indicata dal Professor Carlo Capra: «La “primavera dei Lumi” lombarda, per riprendere una definizione di Franco Venturi, si colloca tutta all’interno degli anni Sessanta del secolo XVIII, anche se ovviamente talune premesse erano state poste nei decenni precedenti, e se non mancarono certo gli sviluppi successivi. Non è affatto casuale la coincidenza cronologica con l’avvio della seconda e più radicale ondata delle riforme teresiane, un avvio segnato in maniera non solo simbolica dall’entrata in vigore del nuovo sistema catastale, il 1° gennaio 1760. Nel giro di pochi anni furono impostati su nuove basi i rapporti tra Stato e Chiesa, fu avanzata l’esigenza di un rinnovamen to del diritto e del sistema giudiziario,, furono creati nuovi organi di governo (primo fra tutti il Supremo Consiglio di economia, presieduto da Gian Rinaldo Carli e in cui entrò come consigliere Pietro Verri), furono gettate le basi di una gestione statale dell’assistenza, della sanità e dell’istruzione. Non si trattava più soltanto, come ai tempi di Gian Luca Pallavicini, di risanare le finanze e riordinare l’amministrazione, l’obiettivo dichiarato era ora quello della pubblica felicità, oggetto dei buoni prìncipi secondo l’insegnamento dell’ultimo Muratori. Contemporaneamente i rapporti con l’autorità sovrana, rimasti nella prima metà del Settecento sullo stesso piede in cui li aveva lasciati il governo di Madrid, cioè regolati da una sorta di patto implicito che lasciava alle forze locali l’interpretazione e l’applicazione delle leggi, il riparto e la riscossione dei tributi, registravano un deciso spostamento dei poteri decisionali verso Vienna, dove al vecchio e sonnacchioso Consiglio d’Italia era subentrato nel 1757 un molto più dinamico ed efficiente Dipartimento d’Italia, aggregato alla cancelleria di Corte e Stato guidata dal Conte, poi Principe di Kaunitz (immagine a fianco), il maggiore rappresentante in terra austriaca delle nuove correnti di pensiero ispirate all’illuminismo anglo-francese».

Significativo il contributo del Professor Alberto Quadrio Curzio che pone l’accento nella sua attenta analisi su tre personaggi chiave di questo periodo. «Consideriamo da vicino tre personalità che hanno segnato un periodo a grandi linee compreso tra il 1760 e il 1870. In circa cento anni il genio di Cesare Beccaria, Pietro Verri, Carlo Cattaneo ha avuto modo di caratterizzare una cultura lombarda con forti connotazioni europee. Sono stati studiosi ed uomini di azione con intonazioni istituzionali, sociali, comunitarie, liberali, europeiste. La loro figura spicca anche nel contesto dei pensatori famosi su scala internazionale sia al loro tempo che n ei secoli successivi. Nessuno dei tre è stato solo economista ma tutti e tre hanno ricompreso l’economia dentro quel più ampio insieme delle «scienze morali» sia nella accezione tipica delle Accademie sia come mezzo per il progresso civile.

Beccaria, Verri, Cattaneo sono stati i costruttori del «paradigma lombardo», denominazione che non connota una chiusura localistica ma una territorialità culturale collocata in un contesto europeo. Esso s’incardina da un lato sul «razionale pragmatismo» e dall’altro su una combinazione di «umanesimo» e di istanze all’«incivilimento» per il miglioramento delle condizioni di vita del popolo che caratterizza vari pensatori lombardi del secondo Settecento e dell’Ottocento».

Molto interessante il contributo del Professor Pier Luigi Porta, soprattutto per quanto concerne la relazione tra l’economia politica e l’Illuminismo lombardo: «L’economia politica diventa a partire soprattutto dal Settecento un pilastro fondamentale dell’idea dell’Illuminismo civile. Anche qui, limitando il campo al pensiero economico,  vi sono delle differenze tra contesti diversi: nel caso francese,  la reazione al Colbertismo conduce a esaltare il mercato e il laissez faire  come il perno dell’ordine sociale. L’unica politica possibile è quella di mettere i mercati concorrenziali in   condizioni di funzionare perché l’ordine di mercato è sufficiente di per sé per correggere gli squilibri  della società.  Nel caso italiano la concezione ha altri caratteri: tra economia e istituzioni c’è una compenetrazione assai forte. Il caso lombardo, Verri in particolare, è sicuramente interessante. Anche quella che è talvolta chiamata la anima istituzionalista di Adam Smith riflette, tra altre influenze, echi del pensiero degli economisti italiani. Occorre infine esaminare la continuità nel tempo della linea italiana, e lombarda in particolare, a cominciare con il primo Ottocento milanese. Si è spesso sostenuta la tesi di  sterilità del pensiero economico italiano specie nel primo Ottocento, quasi che quella che qui chiamo la ‘linea italiana’   (civile, o – come talvolta si afferma  – moderata)  sia stata schiacciata nello scontro perenne (e del resto tuttora vivo) tra illuminismo radicale  e anti-illuminismo.    

In realtà  il caso italiano, nel corso degli ultimi due secoli, può risultare istruttivo proprio per aver dato luogo a interessanti correnti di pensiero economico. Questa considerazione (spesso insufficientemente riconosciuta) è non soltanto un fondamento della concezioni unitaria del periodo 1750-1850, ma costituisce altresì uno dei maggiori  elementi di continuità della tradizione italiana fino al presente».

V.P.