L’istruzione femminile e le importanti opportunità che le scuole milanesi hanno offerto alle giovani donne

Milano, precisamente Palazzo Greppi, ha ospitato un interessante convegno di studi incentrati sull’istruzione superiore nella Penisola italica dal 1861 al 1910. Una due giorni che ha visto coagularsi preziosi interventi di storici, studiosi, ricercatori e professori che hanno condotto i presenti nei meandri di quella storia nemmeno così lontana che ha lastricato il cammino volto alla diffusione della conoscenza e della cultura in Italia.

Prestigiosi studiosi e professori hanno presieduto le varie round table entro le quali si sono riversati contributi specifici atti ad approfondire i più disparati argomenti; importante contributo che l’Università degli studi di Milano ha donato in questi mesi di celebrazioni e riflessioni incentrate sull’unità del nostro Paese.

Ed è proprio Enrico Decleva, Rettore dell’ateneo meneghino, ad aprire il meeting culturale nella mattinata di Mercoledì 5 ottobre; molti gli argomenti approfonditi nella prima giornata grazie a svariati contributi che si snodano partendo dalla questione “istruzione secondaria”, dall’editoria scolastica ad un focus circa l’insegnamento di materie scientifiche quali la chimica, la fisica, la matematica ed anche la botanica. Si evince da subito la lungimiranza dimostrata dalla regione Lombardia anche in quegli anni, che ha investito nella cultura e permesso ai giovani, detentori del futuro, di seguire e affinare le proprie inclinazioni personali mettendo a disposizioni istituti deputati al perfezionamento del sapere e della tecnica.

Degno di particolare sottolineatura risulta l’approfondimento, presieduto dal Professor Carlo Lacaita, svoltosi nel pomeriggio di Giovedì 6 ottobre entro il quale sono state condivise interessanti nozioni circa un argomento tendenzialmente poco trattato e sconosciuto ai più ovvero com’era organizzata l’istruzione secondaria femminile.

Il primo contributo, dal titolo L’Istruzione femminile nei collegi d’educazione, è della Dott.ssa Laura Giuliacci dell’Università Cattolica del Sacro Cuore la quale puntualizza immediatamente quanto sia complesso ripercorrere e ricostruire con precisione storica questo processo. Emerge infatti quanto fosse scarno di progettualità e programmaticità l’apparato deputato a diffondere cultura e mestieri fra le giovani donne, ancora vittime di una millenaria discriminazione. La svolta più importante in tal senso avvenne nel 1900 quando Giuseppe Castelli riuscì a fare un punto ordinato circa gli istituti di formazione disseminati sul territori, il primo dato che emerse fu che la Lombardia deteneva il maggior numero di scuole femminili rispetto a tutto il resto d’Italia, confermando la sua ferrea volontà nell’investire nell’ambito di una conoscenza che permettesse ai giovani, donne comprese, di crearsi una professione contribuendo sensibilmente alla crescita economico-sociale della regione.

Le giovani potevano istruirsi in collegi elitari, il cui ingresso era precluso a chiunque non fosse di ceto elevato, oppure nelle cosiddette Case di educazione laica, sorte in era napoleonica, rari esempi di libera ed illuminata educazione femminile scevra da qualunque tipo di religiosità e morale ad essa connessa. Spicca in tale ambito il Collegio delle Fanciulle di Milano sostentato da enti pubblici e locali; durante gli anni post unitari fu sicuramente l’esempio più fulgido di modernità soprattutto se paragonato alla clausura quasi monastica che imponevano gli altri collegi femminili, in esso si respiravano inoltre sentimenti unitari e nazionalisti che aveva permeato l’Italia per parecchi lustri. La Dott.ssa Giuliacci ci presenta quindi un quadro dove, tranne pochissime realtà illuminate, l’istruzione femminile resta precipuamente preclusa alle ragazze di ceti medi o poco abbienti puntualizzando inoltre che lo scopo principale, anche per le giovani che avevano la fortuna di fruire di un’istruzione secondaria, restava quello di realizzarsi come madri e mogli devote.

Daniela Franchetti, dell’Istituto varesino per la storia dell’Italia contemporanea Luigi Ambrosoli, si concentra invece sulla formazione sanitaria delle levatrici in Lombardia sottolineando quanto, insieme al lavoro di insegnante, quello della levatrice fosse l’unico mestiere “concesso” alle donne attraverso il quale il gentil sesso poteva abbozzare i primi disegni di emancipazione ed indipendenza sociale ed economica. Essere levatrici comportava la possibilità di avvalersi di un introito guadagnato esercitando la propria abilità e professionalità: trattasi delle prime donne indipendenti nella storia del nostro Paese. Anche in questo caso gli istituti che fornivano alle ragazze la possibilità di istruirsi e diventare delle professioniste erano quasi totalmente ubicati nel Nord Italia: le scuole più longeve in tale specialità erano situate a Voghera e a Milano, ed è proprio la scuola di ostetricia della città meneghina che il Professor Von Siebold, stimato ostetrico tedesco di fama europea, definisce una vera e propria eccellenza.

Impossibile non menzionare anche la scuola di Pavia che si ispirò totalmente a quella milanese; attraverso il decreto Bonghi del 1876 venne stabilita la dipendenza tra le due scuole anche se vennero mantenuti i tratti distintivi e peculiari delle stesse senza fare violenza ad alcune loro unicità. Ciò che ha sempre distinto l’istituto milanese era una certa meritocrazia e democraticità che permetteva alle ragazze talentuose di fruire di un’occasione per costruirsi un futuro lavorativo: la scuola accoglieva infatti alcune orfane meritevoli concedendo ad esse la frequentazione della stessa ed incanalandole verso un mestiere.

Davvero un’opportunità rarissima se si pensa alla mentalità dominante del tempo, opportunità che rese la scuola si ostetricia di Milano un vero corridoio verso la libertà per una buona fetta di ragazze intelligenti e volenterose. Il costo annuale della retta ammontava a mille lire, per le famiglie dei ceti medio bassi si trattava di una cifra ambiziosa ma molti colsero l’importante investimento che poteva rappresentare per il futuro di una figlia femmina alla quale erano precluse solitamente tutte le vie che conducevano verso il lavoro e l’indipendenza.