La Diga

Nel corso degli anni ho ricevuto numerose richieste finalizzate alla ricerca di un lavoro, e in molti casi ho potuto gestirle con soddisfazione di tutti, sulla base del merito e della motivazione dei candidati. Ora non è più purtroppo così. La domanda supera largamente l’offerta, e la tendenza sembra essere verso un serio peggioramento.

A tutti i livelli, per ogni genere di professionalità.

Un tassista mi diceva ieri che a Milano non c’è più lavoro, e insieme riflettevamo sul fatto che non esistono più luoghi dove si possa emigrare con rinnovata speranza, come accadeva negli anni a cavallo del ventesimo secolo, quando il sogno americano aveva attratto lavoratori da ogni paese in difficoltà. Certamente l’opzione di costruirsi un futuro in paesi più ricchi di opportunità non è del tutto sparita, ma resta appannaggio di coloro che hanno solide competenze da offrire e non può, e nemmeno deve, diventare una possibile soluzione per tutti. L’Italia non può essere abbandonata al suo destino.

Sta a noi costruire qui il destino che desideriamo per noi stessi, per i nostri figli e per tutte le nostre comunità. A partire dalla situazione nella quale ci troviamo ora. Che purtroppo mi porta alla mente quel che ho visto accadere a un bellissimo fiume dei luoghi della mia giovinezza. Gli ultimi chilometri, prima dello sbocco in mare, erano ricchi di vegetazione di ogni genere, con numerose anse, e laghetti e piccole cascate. Acque pulitissime, con pesci che venivano dal fiume e risalivano dal mare. Poi fecero una diga a monte, per creare un invaso di raccolta di acqua, e l’ultima parte del fiume iniziò a prosciugarsi, a restringersi, a seccarsi, a morire. Insieme a tutte le forme di vita che lì avevano vissuto da sempre, insieme ai nostri ricordi. Dobbiamo prendere atto che l’Europa e l’Italia devono subire gli effetti di una diga a monte che, come quella del mio fiume, ha mille giuste ragioni per esistere, e comunque esiste, non possiamo pensare di demolirla, dobbiamo trovare nuove sorgenti di acqua e di vita. Il mondo globalizzato esiste, e diverrà ancora più esteso quando anche l’Africa saprà dispiegare la sua mai immaginata potenza economica unita alla sua, a quel punto favorevole, situazione demografica.

E allora che fare? Non certo emigrare tutti, non certo perdere le nostre forze migliori. E nemmeno pensare a un ritorno al passato, a forme di isolamento e separazione dai grandi flussi economici e finanziari, a una nuova autarchia foriera solo di disastri e povertà. Sarebbe come costruire un’altra diga, questa volta a valle, e chiuderci dentro senza scampo. Possiamo e dobbiamo solamente combattere per il nostro futuro, con il rinnovato primato di una politica illuminata, sorretta e animata da veri uomini di stato che in buona fede possano individuare tutte le battaglie nelle quali possiamo vincere su scala globale, e dare loro la massima priorità a scapito dei settori senza più speranza. Dobbiamo costruire una visione di lungo termine, come altre nazioni hanno fatto, e comunicarla con energia, entusiasmo e credibilità. Un nuovo sogno per l’Italia, che possa articolarsi nel breve come nel lungo periodo, con obiettivi e mete da raggiungere per ogni decennio. Per i nostri giovani, per i nostri imprenditori, ai quali giustamente ci si riferisce come a degli eroi, che nonostante tutto continuano a crederci e a scommettere sulle loro imprese e sull’Italia. E avviare un nuovo dibattito sociale, che parta dalle emergenze da affrontare subito e arrivi ai nuovi assetti industriali ed economici con i quali potremo fronteggiare la concorrenza del resto del mondo. In una chiave europea ed europeista senza sudditanze, ma con la fierezza dei punti di forza che avremo e sapremo dimostrare. E tutto ciò passerà dalla comprensione che certe priorità sono assolute e non derogabili, ma per se stesse non sono sufficienti. La riduzione dei costi della pubblica amministrazione e della burocrazia asfissiante, che mortifica le nostre aziende e i nostri cittadini, non sono infatti un fine ma un mezzo per procurarsi le risorse e l’agilità necessaria a competere. Ed è necessario, soprattutto in passaggi storici difficili come gli attuali, comprendere che il tema della solidarietà e dell’aiuto ai più deboli va declinato non solo nell’urgenza dell’immediato, ma anche in una visione di inclusione e sostegno nel lungo termine. E infine il tema della scuola, dell’università e della formazione professionale, sul quale sempre torno, che è ad un tempo la più urgente e la più permanente delle sfide da affrontare, per poter essere nei prossimi decenni un paese autorevole e sempre più inserito nei grandi circuiti globali della ricerca e della innovazione.

Quale speranza quindi ? Che si trovi finalmente un cammino verso il futuro che possa essere comune e condiviso, un sogno che tutti possano sognare e che per ciascuno porti verso la felicità.

Sta a noi tutti rendere questo sogno una realtà.