Mattei, l’Italia, l’Unione Sovietica e la Federazione Russa

In questo periodo si parla tanto di Enrico Mattei, ma non si può percepire la sua visione rivoluzionaria del mondo economico degli anni 1953-1962, anno della sua morte, se non si ricordano almeno gli eventi principali del periodo. Erano gli anni della Guerra Fredda, nessuno dei Paesi NATO, l’Italia fra questi, poteva permettersi di uscire dalla concordata politica atlantista e antisovietica.

Tuttavia, in quell’epoca di alleanze molto rigide, nonostante l’Italia venisse considerata nella NATO per la sua disciplina verso gli USA, come la Bulgaria verso l’Unione Sovietica, l’ENI ruppe l’oligopolio delle “sette sorelle” statunitensi del petrolio su una vasta area mondiale dal Marocco fino all’Iran, passando per Algeria, Libia, Tunisia, Egitto, Kuwait e aprì negoziati con l’Unione Sovietica. Le “sette sorelle”, secondo l’immagine di Enrico Mattei, non erano quelle delle favole, ma un cartello americano-anglo-olandese che, fin dal 1928, aveva compiuto una spartizione, nelle intenzioni irreversibile, delle aree di produzione e delle zone dove potenzialmente si potevano sviluppare nuovi giacimenti estrattivi. Un “trust” rigido e ben codificato, che ai Paesi produttori lasciava le royalties sui ricavi. Poca cosa. Un tipo di rapporto squisitamente commerciale che Mattei scelse di modificare aggiungendo, allo scambio monetario, la possibilità di compartecipazioni societarie e industriali, con annessi trasferimenti tecnologici.

Qualcosa di rivoluzionario, in grado di modificare gli assetti geo-politici internazionali, in particolare in Iran e in Egitto. Poco accettabile per le “grandi” compagnie petrolifere, che continuavano a comportarsi nelle “ex-colonie” come i nuovi colonizzatori. Enrico Mattei e l’ENI, che continuò questa battaglia geo-politica, anche dopo la sua morte, sebbene in una visione sempre più “ovattata” negli anni, ebbe a fianco sicuramente il banchiere Raffaele Mattioli che, Amministratore Delegato e poi Presidente della Banca Commerciale Italiana, fino alla sua morte (1973), inviò, il 3 giugno del 1957, una lettera al suo amico Nelson Rockfeller, petroliere e Presidente della Standard Oil, spiegandogli perché l’ENI di Mattei meritava il suo aiuto, ma la lettera di risposta fu una totale chiusura nei riguardi del petroliere italiano che. nei successivi cinque anni, si sentì sempre più isolato.

Però in quegli anni erano due le organizzazioni che definivano più di ogni altra la politica estera italiana: la Chiesa Cattolica e l’ENI. La fede e la grande impresa pubblica e privata furono i capisaldi dei governi e larga maggioranza democristiana del dopoguerra.

Non solo capisaldi “morali” ed economici: Vaticano e “grandi imprese” davano anche indicazioni politiche concrete. All’inizio degli anni ‘60 i governi italiani democristiani si presero alcune importanti libertà dagli USA e dalla NATO e, anticipando Willy Brandt, realizzarono il primo caso di “Ostpolitik” occidentale realizzando con la Fiat la fabbrica di Togliattigrad, città vicina al fiume Volga, e l’ENI con il primo contratto di ritiro del gas sovietico attraverso un metanodotto costruito con l’apporto principale delle società dell’ENI.

Per quanto detto prima, a partire dall’ENI di Mattei, l’Italia in Europa fu l’unico Paese ad avere una politica più filo-araba che filo-israeliana e così fu fino al governo di Bettino Craxi, a insidiare così coraggiosamente gli interessi petroliferi americani. È con le aperture di Giovanni Paolo II verso Israele e i primi governi Berlusconi che si rompe la continuità italiana riguardo a Israele, da filo-arabi diventammo filo-israeiliani, incapaci di avere una politica semplicemente equilibrata nella zona. Oggi la storia è un’altra ancora. La Guerra Fredda è finita, l’URSS e il muro di Berlino non esistono più, ma vi è la presenza dell’ENI, dell’Enel, della Finmeccanica e di tante altre imprese italiane nel mercato della Federazione Russa, nonché delle due principali banche italiane, Unicredit e Banca Intesa. Il sistema di oleodotti e gasdotti che dalla Federazione Russa arrivano all’Italia ha creato un sistema di interdipendenza economica dalla quale è impossibile prescindere per fare politica di sviluppo economico nel nostro Paese. In conclusione, Enrico Mattei fu il precursore di un “Sistema Italia” per promuovere l’”impresa Italia” nei mercati mondiali e formare imprenditori attraverso la Scuola Enrico Mattei, che oggi rilascia il “MEDEA” (Master in Management ed Economia dell’Energia e dell’Ambiente), che rappresentò grande innovazione nel panorama economico e culturale degli anni cinquanta. È bene ricordare che lo “SDA” (Scuola di Direzione Aziendale) dell’Università Bocconi, nasce 16 anni dopo.

Nell’esaltare l’operare di Mattei si trascura che per i “procuratori della magistratura italiana” di oggi sarebbe stato oggetto di molti “avvisi di garanzia”, come ha fatto notare sul giornale “Il Foglio” il suo direttore, per i suoi rapporti con i politici di quell’epoca e il non rispetto di tante regole.

Cav. Lav. Rosario Alessandrello