Violenza e bellezza

I miei primi ricordi risalgono alla fine degli anni quaranta del secolo scorso quando l’Italia, dopo la grande fiammata della guerra che aveva bruciato 55 milioni di vite, era impegnata nella grande ricostruzione che in breve divenne un vero e proprio boom economico. La dialettica politica e sociale, pur accesa e segnata da forti contrapposizioni ideologiche, trovò nella crescita e nello sviluppo un giusto equilibrio, in grado di garantire lavoro e serenità a fasce sempre più ampie di popolazione. Fino alla fine degli anni sessanta non fui quindi mai esposto ad alcun episodio di violenza. La prima volta fu a Bologna, nell’ autunno del 1968, quando mi fu fisicamente impedito di accedere al Centro di Calcolo dell’ Università di Bologna, dove avrei dovuto eseguire il programma di software sul quale la mia tesi era incentrata.

Il Centro rimase occupato dagli studenti e inaccessibile per lungo tempo. Questo mi obbligò a svolgere a mano e per diversi mesi, con una Olivetti Divisumma, tutti  i calcoli che il computer avrebbe svolto in pochi minuti, ritardando oltre tutto la mia laurea di due trimestri. Dopo la laurea, da sottotenente dell’ Esercito Italiano, ebbi occasione di essere impiegato in servizio di ordine pubblico, a difesa delle abitazioni libere in un nuovo quartiere di Roma, quando schiere di cosiddetti “Maoisti”, organizzate a falange, tentavano di occuparle con la forza, scardinando porte e finestre. Altri episodi, e poi mi fermo con il passato, quando ebbi il mio primo lavoro a Milano, e in diverse occasioni fu impedito con la violenza, a tutto il personale, l’ingresso negli uffici della Hewlett Packard. Era stato deciso che si dovesse scioperare e non erano ammesse scelte diverse. Chi ci avesse provato, e ci provai, nulla avrebbe ottenuto, se non qualche livido, sulla pelle e nell’animo.

Veniamo quindi ad ora, con un salto di quattro decenni, durante i quali il nostro Paese, così come l’Europa, ha potuto godere di un lungo periodo di pace e di crescita, con migliori condizioni di vita per tutti. Da qualche anno, tuttavia, il mondo occidentale ha subito i contraccolpi della globalizzazione, la nostra ricchezza si è diluita con quella dei paesi emergenti e ci siamo ritrovati tutti un po’ più poveri, a fronte di coloro che hanno potuto invece avvicinarsi e talvolta superare il nostro tenore di vita, in Cina, Russia, Brasile e tanti altri luoghi.

E’ un fatto, ed è giusto così. Quel che non è giusto è quello che non abbiamo fatto, in tanti anni di prosperità ancorché drogata da un debito crescente. Non abbiamo investito su noi stessi. Non solo, come tante volte si è ripetuto, sulla scuola e l’università, sulla ricerca e l’innovazione, sulla produttività, e sulle tante altre cose delle quali abbiamo discusso in migliaia di convegni. Ma anche, e soprattutto, non abbiamo investito in una nuova dialettica sociale e politica. Abbiamo accettato le stesse logiche, le stesse contrapposizioni, le stesse intolleranze, le stesse visioni del mondo, gli stessi egoismi, addirittura le stesse persone, di quando eravamo divisi fra comunisti e democristiani.Di quando sinistra e destra avevano ben altri significati. E abbiamo accettato che al nostro Paese, ai nostri cittadini ormai disorientati e spesso stremati dalla mancanza di prospettive, venisse esercitata una violenza continua, con una negazione dei diritti primari di ogni consesso civile: quelli di essere governati con lungimiranza e amministrati con efficienza, da uomini in buona fede e capaci di assolvere ai compiti a loro affidati.

E’ una violenza a questi diritti il non aver saputo, per basse logiche di parte condivise dalla maggior parte dei partiti, garantirci una legge elettorale adeguata all’attuale frazionamento politico. É una violenza verso la sacralità del Parlamento aver consentito, legislatura dopo legislatura, che vi mettessero piede, e via via ne condizionassero l’attività, personaggi indegni di rappresentare il nostro Paese. E’ una violenza non averci dato un nuovo Governo per oltre due mesi dalle elezioni. E’ una violenza non aver saputo prendere alcun provvedimento adeguato a far ripartire il credito, lo sviluppo, il lavoro. E’ una violenza aver lasciato morire la speranza.

E allora cosa possiamo fare?

Continuare così, e percorrere fino in fondo gli ultimi gironi infernali, dove Dante non a caso ha posto i violenti, e cioè i tiranni, gli scialacquatori, gli usurai, e i fraudolenti, e cioè seduttori e mezzani, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, mali consiglieri, seminatori di scismi e discordie, e infine falsari: di metalli, di persona, di moneta e di parola ?  O invece vogliamo cambiare prospettiva?

E pensare alla bellezza.

La bellezza della nostra Italia, che è sopravvissuta a ogni nostro tentativo di distruggerla. La bellezza del nostro immenso patrimonio artistico e culturale. La bellezza dei rapporti fra le persone, quando sono animati da tolleranza, comprensione e compassione, che è anche condivisione di obiettivi e di speranze. La bellezza di molte nostre imprese, animate da eroi che vogliono farcela nonostante tutto, dove si è capito che il successo nasce dalla qualità delle persone e del loro sapere essere uniti verso comuni obiettivi.  La bellezza, con le parole di Mario Boselli, di un “lavoro bello e ben fatto”, che nasce dalla passione, dalla sapienza e dalla conoscenza, che possiamo riconoscere in tanti settori del nostro artigianato ad ogni livello, e naturalmente e soprattutto nel mondo entusiasmante della moda italiana. La bellezza dei nostri giovani che con fiducia reciproca sanno fare rete ed aiutarsi nella complessità e nelle difficoltà. Quanto meriterebbero di più di quanto abbiamo saputo dargli.  La bellezza della solidarietà, che in questi anni è sempre di più messa a dura prova, e per la quale esistono immensi spazi di miglioramento in una catena fra generazioni. Infine e soprattutto, la bellezza del nuovo spirito di condivisione, responsabilità e speranza che sembra finalmente pervadere il nostro nuovo Governo, che ha oggi iniziato, mentre scrivo, il suo cammino in Parlamento. La bellezza, tutti ci auguriamo, di un grande progetto di rinascita per il nostro Paese e per l’Europa, che oggi sta partendo e verso il quale sapremo catalizzare le nostre forze migliori, i nostri migliori leader, che sappiano concepire, comunicare ed eseguire un piano di cambiamenti straordinari, nel quale ci sia posto per tutti, con rinnovata fiducia nel futuro.