L’enigma del Quirinale

Quando fu discusso il ruolo e i poteri del presidente della Repubblica, la maggioranza dei costituenti sapeva bene ciò che non voleva.  Non voleva un  monarca repubblicano autorizzato a scavalcare la volontà del Parlamento, come aveva fatto Vittorio Emanuele III nell’ottobre del 1922. Non voleva un presidente governante, autorizzato a decidere le politiche  del governo e a valersi del Primo ministro come di un collaboratore. I presidenzialisti  del partito d’Azione (fra cui un noto e rispettato giurista, Piero Calamandrei) erano intellettualmente autorevoli, ma quantitativamente irrilevanti. Nei dibattiti della Commissione dei 75, a cui era stato affidato il compito di redigere il testo della Costituzione, prevalse quindi la tesi che il capo dello Stato  dovesse rappresentare e impersonare “l’unità e la continuità nazionale, la forza permanente dello Stato al disopra delle fuggevoli maggioranze”. Nelle parole di Meucci Ruini, presidente della Commissione,  il Presidente “è il grande consigliere, il magistrato di persuasione e d’influenza, il coordinatore di attività, il capo spirituale, più ancora che temporale, della Repubblica. Ma perché possa adempiere a queste essenziali funzioni deve avere consistenza e solidità di posizione  nel sistema costituzionale”.

Non sarebbe stato un presidente governante, quindi, ma neppure un semplice notaio della Repubblica. Nella relazione all’Assemblea che accompagna il testo della Costituzione proposta dai 75, Ruini disse anche: “il capo dello Stato non governa, la responsabilità dei suoi atti è assunta dal Primo ministro e dai ministri che li controfirmano, ma le attribuzioni che gli sono specificamente conferite dalla Costituzione e tutte le altre che rientrano nei suoi compiti generali, gli danno infinite occasioni di esercitare la missione di coordinamento e di equilibrio che gli è propria”.  Le “attribuzioni”  più importanti erano la nomina del Primo ministro  e, “su proposta di questo”,  i ministri; lo scioglimento delle Camere”;  la presidenza del Consiglio superiore della Magistratura e del Consiglio supremo di Difesa.  Il profilo del Presidente era apparentemente chiaro, ma i suoi poteri, come era stato implicitamente riconosciuto dallo stesso Ruini, erano, forse intenzionalmente, imprecisi.  Non basta. Il presidente doveva impersonare l’unità nazionale, ma sarebbe stato eletto da un Parlamento dove sedevano i rappresentanti dei partiti politici.

Sarebbe stato facile eleggere un personaggio rappresentativo e decorativo; molto più difficile scegliere una persona che avrebbe nominato ilPresidente del Consiglio e, all’occorrenza, sciolto le Camere. Il “magistrato di persuasione e d’influenza”, quindi sarebbe stato eletto da una maggioranza politica. Sino a che punto sarebbe riuscito a prenderne le distanze o evitare accuse di partigianeria  se la situazione lo avesse costretto a tagliare nodi con decisioni destinate a favorire una parte contro l’altra? La storia della Repubblica, quindi,  è anche la storia del modo in cui ogni presidente interpretò le proprie funzioni e riempì il vuoto lasciato dai costituenti.

Luigi Einaudi sembrò a molti italiani  la migliore delle scelte possibili. Era notoriamente monarchico, ma aveva accettato lealmente il risultato del referendum costituzionale. Proveniva dal Senato della Monarchia, me ne aveva fatto parte soprattutto per i suoi meriti accademici. Era stato ministro del Bilancio nel governo De Gasperi, ma aveva conservato la guida della Banca d’Italia ed era noto soprattutto per le sue competenze.  Alcide De Gasperi desiderava Carlo Sforza, ma scelse di appoggiare Einaudi non appena  capì che l’elezione del suo ministro degli Esteri si sarebbe scontrata con difficoltà insormontabili. Quando prese possesso della sua carica, quindi, Einaudi era espressione dei nuovi equilibri politici che De Gasperi aveva instaurato nel Paese con la formazione di un governo che non era più, dopo l’uscita dei comunisti e dei socialisti,  quello del Comitato di Liberazione nazionale. Ma era anche l’economista liberale che nell’Assemblea costituente aveva proposto l’articolo 81 (“ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte”)  e che  nel ministero del Bilancio aveva difeso l’ortodossia dei conti pubblici anche contro i petulanti consigli keynesiani dell’amministrazione americana.  Non era disposto a tollerare che i suoi principi venissero dimenticati e i suoi consigli ignorati. Rinviò alle Camere alcuni provvedimenti che non avevano copertura e prese posizione pubblicamente, con un articolo sul Mondo del 2 febbraio 1952, contro  i 45 miliardi concessi agli statali  senza pretendere contemporaneamente alcun miglioramento del servizio  e senza tenere conto delle condizioni dei  “braccianti pugliesi, sardi, veneti”.  Pungolava il governo con consigli che erano al tempo stesso liberali e sociali, raccomandava l’abolizione del valore legale del titolo di studi, lanciava strali contro le baronie accademiche, difendeva i concorsi pubblici contro i semplici “giudizi d’idoneità” (la porta larga da cui passeranno, nella storia della Repubblica, milioni di assunzioni clientelari).  Fu quindi, come ricordano Mammarella e Cacace in un libro sul Quirinale (Laterza, 2011), un presidente “interventista”. Ma non avrebbe pubblicato, dopo la fine del mandato, un libro intitolato “Prediche inutili”, se le sue raccomandazioni fossero state ascoltate.

I suoi interventi furono più efficaci quando il quadro politico italiano venne messo a soqquadro dalle elezioni del giugno  1953, dal fallimento della “legge truffa” (la legge elettorale voluta da Alcide De Gasperi) e dal graduale declino dell’uomo politico trentino.  Quando la Camera negò la fiducia a un governo De Gasperi composto soltanto da democristiani, Einaudi accettò l’indicazione del presidente dimissionario e dette l’incarico ad Attilio Piccioni. Ma non appena questi  fallì nel tentativo di comporre una nuova coalizione, Einaudi convocò un cattolico liberale, Giuseppe Pella, e gli dette l’incarico. Il colloquio non ebbe luogo al Quirinale ma nella Villa Farnese di Caprarola, dove Einaudi passava una breve vacanza, e non fu preceduto da alcuna consultazione. Quando Vittorio Gorresio, giornalista de La Stampa,   gliene chiese il motivo, Einaudi rispose: “La Costituzione non parla di consultazioni e si affida al criterio del capo dello Stato, e il mio criterio mi dice che in questo momento quello che è necessario è il governo”. Nacque così il primo “governo del presidente” della storia repubblicana.

Una delle ragioni per cui Einaudi poté invocare la necessità di un governo era la questione di Trieste che scoppiò di lì a poco quando la Jugoslavia sembrò prepararsi a un colpo di mano sulla città e sul territorio della zona A.  Mal tollerato dalla Democrazia cristiana, il governo Pella dovette dimettersi il 3 gennaio 1954, ma la questione di Trieste rimase da allora saldamente nelle mani del presidente della Repubblica. Sulla legittimità degli interventi del capo dello Stato in politica estera, Einaudi non aveva dubbi. Intratteneva  una frequente corrispondenza con alcuni ambasciatori, li riceveva durante i loro passaggi da Roma, era convinto che il presidente della Repubblica avesse ereditato le prerogative, in materia di relazioni internazionali, a cui il re aveva solo temporaneamente rinunciato fra il 28 ottobre del 1922 e il 25 luglio del 1943.  Non vi furono gravi screzi e divergenze con l’esecutivo perché le sue idee sull’Europa e sull’Alleanza Atlantica erano sostanzialmente quelle degli uomini che governarono il Paese fra il 1948 e il 1955. Era europeista e poteva legittimamente vantarsi di avere nutrito con i suoi suggerimenti le riflessioni di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli mentre lavoravano al Manifesto Ventotene. Era atlantico perché credeva che la costruzione dell’unità europea richiedesse una sicurezza che soltanto gli Stati Uniti, in quegli anni, potevano garantire.

presidenti-1Il clima fra il Quirinale e il Viminale (dove era allora la Presidenza del Consiglio) cambiò dal giorno alla notte dopo l’elezione di Giovanni Gronchi alla presidenza della Repubblica. Gronchi non era “atlantico” al modo di  De Gasperi e lasciò comprendere sin dal suo discorso inaugurale che nel Patto d’alleanza dell’aprile del 1949  apprezzava soltanto l’articolo 2:  una elencazione di buoni principi e di generosi auspici in cui si parlava soprattutto di pace, stabilità, benessere,  cooperazione economica.  Voleva migliorare i rapporti con l’Unione Sovietica, sognava una Germania riunificata, era convinto che l’Italia avrebbe potuto recitare nei rapporti est-ovest la parte dell’onesto sensale. Quando decise di andare a Mosca per trattare direttamente con la dirigenza sovietica, dovette superare molti ostacoli: la riluttanza del governo, l’ostilità della Chiesa romana, la diffidenza  degli Stati Uniti. Ma il maggiore nemico del suo progetto si rivelò Nikita Chruščëv. Il leader sovietico non era interessato alle idee di Gronchi e le seppellì con una memorabile tirata anti-capitalista nel corso di un ricevimento all’ambasciata d’Italia.

Ma Gronchi aveva anche progetti mediterranei. Dopo il fallimento dell’impresa anglo-francese a Suez nel 1956, ritenne che l’Italia, forte della sua presunta verginità colonialista, avesse le qualità necessarie per diventare il partner privilegiato degli Stati Uniti e avviare insieme a  Washington nuovi rapporti con i Paesi arabi. Nel marzo 1957 scrisse una lettera al generale Eisenhower, presidente degli Stati Uniti, e chiese al ministero degli Esteri di inoltrarla.  Ma il segretario generale Alberto Rossi Longhi la trattenne e informò il ministro Gaetano Martino che ebbe, insieme al presidente del Consiglio (Antonio Segni), un brusco scambio di vedute con il presidente della Repubblica. Gronchi non era isolato. Le sue idee mediterranee erano in perfetta sintonia con i progetti petroliferi di  Enrico Mattei e riflettevano le ambizioni di altri esponenti della Democrazia cristiana, fra cui Amintore Fanfani. Ma al governo non piaceva che il presidente della Repubblica  si attribuisse il diritto di fare dal Quirinale la politica estera del Paese.

Lo scontro, tuttavia, toccò il suo punto più alto in politica interna quando Gronchi nominò alla presidenza del Consiglio un uomo politico democristiano, Fernando Tambroni. Era una mossa “gollista” che avrebbe dovuto, nelle intenzioni del presidente, accorciare i tempi per la successiva creazione di un governo di centro-sinistra. Ma Tambroni tradì le attese del capo dello Stato, accettò i voti della destra missina e provocò un putiferio di cui la Democrazia cristiana si servì per sbarazzarsi di un compagno di partito divenuto ormai imprevedibile e ingombrante. Se quello di Tambroni fu il secondo “governo del presidente”, la rivolta democristiana contro la sua persona fu un voto di sfiducia indirizzato al capo dello Stato.

Dopo Gronchi venne Antonio Segni, notabile sardo di buona cultura, persona affabile, autore di una buona  riforma agraria che lo privò di alcune proprietà. Fu scelto per controllare il centro-sinistra, nato formalmente  con il governo Moro del dicembre 1963, ed evitare che l’arrivo al governo dei socialisti di Nenni rendesse la Dc meno affidabile agli occhi degli elettori moderati. Fu questa la ragione per cui venne  additato al Paese come il regista di una sorta di colpo di Stato che sarebbe stato organizzato con i piani dell’Arma dei carabinieri. Ho sempre avuto l’impressione che questa tesi appartenga alla storia del complottismo italiano piuttosto che a quella della Repubblica. Segni comunque non poté difendersi. Fu colpito da una trombosi cerebrale nell’agosto 1964 e dovette dimettersi in dicembre.

Il nuovo presidente fu eletto, quindi, con un forte anticipo sulla naturale scadenza del mandato, nel dicembre del 1964. Era Giuseppe  Saragat, socialista, esule in Austria e in Francia durante il fascismo, ambasciatore a Parigi per pochi mesi dopo la fine della guerra, protagonista della scissione di palazzo Barberini  quando i social-democratici si erano staccati dal partito di Pietro Nenni, alleato dei comunisti, per creare un nuovo partito. Fu eletto al Quirinale con  i voti dei comunisti sulla base di un equivoco. Il Pci decise di appoggiarlo perché Amendola, come ricordano Mammarella e Cacace, sperava, che la sua presenza al vertice dello Stato avrebbe favorito la nascita di un grande blocco delle sinistre. Ma Saragat pagò il debito concedendo qualche amnistia per reati commessi da partigiani durante la Resistenza e dedicò da allora gran parte del suo tempo a un obiettivo che lo impegnava ormai da parecchi anni: la riunificazione socialista. Aveva diviso i socialisti agli inizi della guerra fredda ed era deciso a riunirli. Il partito riunificato nacque nel 1967, ma durò soltanto un paio d’anni e l’obiettivo di Saragat fu sostanzialmente mancato. Il Paese scoprì comunque che la “missione” di un presidente della Repubblica poteva essere alquanto diversa da quella di “coordinamento ed equilibrio” che Meuccio Ruini aveva descritto nella sua relazione all’Assemblea costituente.

pres-2Giudicato con i criteri di Ruini,  il “migliore” fra i presidenti fu probabilmente il successore Saragat, Giovanni Leone. Era un brillante giurista napoletano, bonario, gioviale, gradevolmente provinciale e devoto (forse troppo) alla sua ambiziosa famiglia. Come notabile democristiano si era dimostrato particolarmente adatto per compiti utili e decorosi come la Presidenza della Camera e di due governi “balneari”, vale a dire formati per tappare un buco nelle fasi in cui i partiti non riuscivano a mettersi d’accordo. Ebbe la sventura d’essere coinvolto in uno scandalo di provvigioni segrete per la vendita di aerei militari americani in Italia. La sua responsabilità non fu mai accertata, ma divenne, grazie alla sua natura compiacente, il capro espiatorio delle laboriose trattative fra la Democrazia cristiana e il partito comunista per il loro “compromesso storico”.

Il successore di Leone, Sandro Pertini, dette un prodigioso colpo d’acceleratore  alla crescente presenza del capo dello Stato nella politica. Aveva un obiettivo politico: interrompere la lunga egemonia democristiana spostando a sinistra l’asse del governo per accentuare il ruolo dei  socialisti e, in prospettiva, dei comunisti. Durante la crisi del governo Andreotti, nel 1979, incaricò dapprima il presidente dimissionario, poi,  quando questi fallì nel tentativo di rattoppare il vecchio governo, dette l’incarico, senza promuovere nuove consultazioni, a Ugo La Malfa. E quando il segretario del Partito repubblicano abbandonò la partita, Pertini inventò una sorta di triarchia presidenziale in cui il presidente del Consiglio sarebbe stato il segretario della Dc (Zaccagnini), affiancato da due vice presidenti nella persona di Saragat e La Malfa.  Vi fu una sollevazione della Dc che mandò all’aria il progetto di Pertini e l’incarico finì ancora una volta, dopo questa curiosa recita a soggetto, nelle mani di Andreotti. Il presidente prese una nuova iniziativa nella stessa direzione quando, dopo le elezioni del giugno 1979, chiamò al Quirinale Bettino Craxi e lo incaricò della formazione del governo. Ma il segretario del Partito socialista non riuscì a superare le resistenze della Dc e il governo venne formato in ultima analisi da Francesco Cossiga. Pertini non era più un regista neutrale. Era il vecchio combattente socialista, sceso in campo dall’alto del Quirinale per influire sull’esito della partita con il peso del suo ruolo. Ebbe maggiore fortuna quando riuscì finalmente a rompere la catena dei presidenti del consiglio democristiani dando l’incarico a un repubblicano, Giovanni Spadolini. E coronò la sua strategia chiamando a Palazzo Chigi  Bettino Craxi, il “primo presidente socialista della storia d’Italia”: una definizione che ignora le origini socialiste di Benito Mussolini e Ivanoe Bonomi.

Nel frattempo Pertini aveva  “risolto” il problema dei controllori di volo, abolito il giuramento di fedeltà che i funzionari dello Stato dovevano prestare prima di prendere servizio, trascorso parecchie ore accanto al pozzo in cui era caduto il piccolo Alfredino Rampi, applaudito fragorosamente la vittoria della nazionale italiana a Madrid, preso impegni in nome dell’Italia con uomini di Stato stranieri,  dialogato con gli studenti dell’Università Pechino e portato a Roma sul proprio aereo la salma di Enrico Berlinguer. Non è facile tracciare un confine, in queste “esternazioni”, tra le strategie politiche del presidente e la sua irresistibile vocazione tribunizia. Di certo ebbe l’effetto di ampliare l’area degli interventi presidenziali e di rendere ancora più imprevedibile il ruolo del capo dello Stato nella politica nazionale.

La prima parte della presidenza di Francesco Cossiga fu un ritorno all’ordine. Il nuovo presidente sembrava deciso ad accompagnare diligentemente, con funzioni pressoché notarili, il corso della politica nazionale. Ma il suo stile cambiò dopo il crollo del muro di Berlino e la crisi del sistema comunista. Cossiga capì che la fine della guerra avrebbe rimosso le ultime riserve a un maggiore ruolo dei comunisti e credette che a questa svolta dovesse corrispondere il rifacimento del sistema istituzionale italiano. Era una posizione ragionevole,  ma questo obiettivo fu perseguito con uno stile chiassoso, goliardico e stravagante che fece la gioia dei mezzi d’informazione. I comunisti avrebbero dovuto dimostrare una certa gratitudine per le intenzioni del presidente, ma reagirono stizzosamente e si servirono dell’inchiesta su “Gladio” per trattarlo alla stregua di un incurabile golpista. Gladio era una delle formazioni militari segrete create   in alcuni Paesi dell’Alleanza Atlantica per condurre operazioni partigiane dietro il fronte nell’eventualità di una invasione degli eserciti del Patto di Varsavia. Cossiga era attratto dalle questioni militari, aveva partecipato alla nascita della branca italiana, ne andava orgoglioso e non resistette alla tentazione di rivendicare i suoi meriti. I comunisti, dal canto loro, reagirono istintivamente come se la guerra fredda non fosse già finita e minacciarono di chiedere l’incriminazione del capo dello Stato. Cossiga, a sua volta, ne approfittò per alzare il volume dei suoi continui interventi nella vita pubblica. La sua iniziativa più interessante e promettente (un lungo messaggio alle Camere nel giugno 1991 sulla riforma della Costituzione) fu sommersa in un mare di lazzi, invettive  e polemiche.

Oscar Luigi Scalfaro divenne presidente in uno dei peggiori momenti della storia nazionale. Gli scandali di Tangentopoli, lo sfaldamento dei vecchi partiti e l’offensiva della mafia contro lo Stato lo autorizzavano a usare tutta l’autorità morale di cui dispone il capo dello Stato. Nelle incertezze provocate dalla crisi dei vecchio partiti di governo fece il suo esecutivo, ne scelse il presidente (Carlo Azeglio Ciampi) e in buona parte i ministri, sciolse le Camere dopo la riforma della legge elettorale. Era ciò che il Paese attendeva in quel momento dal capo dello Stato. Ma la lettera a Silvio Berlusconi con cui pretese di delimitare l’azione del suo governo in politica estera e in politica interna dopo le elezioni del 1994, confermarono che il Quirinale diffidava del nuovo arrivato e lo avrebbe tenuto d’occhio severamente. Più tardi, quando il presidente del Consiglio fu abbandonato dalla Lega e dovette dimettersi, Scalfaro rifiutò di rinviare il presidente alle Camere, come accade frequentemente in queste circostanze, e il governo di Lamberto Dini, costituito nei giorni seguenti, fu a tutti gli effetti, ancora una volta, il governo del presidente. Nessuno fu sorpreso quando Scalfaro, qualche anno dopo la fine del suo mandato, accettò di guidare la campagna referendaria contro le riforme costituzionali approvate dalle Camere durante il governo Berlusconi. Era questo lo spirito con cui aveva “vigilato” negli anni del suo mandato.

Carlo Azeglio Ciampi non era un uomo politico e il suo stile, al Quirinale, durante il governo Berlusconi, fu alquanto diverso da quello del predecessore. Ma nella sua campagna per l’unità nazionale e per la diffusione del tricolore vi era un evidente ammonimento al Paese contro gli umori separatisti della Lega.   Cercò di correggere le leggi ad personam, confezionate sulla base degli interessi del presidente del Consiglio, vi riuscì soltanto in parte e le promulgò con visibile fastidio. Inviò un messaggio alle Camere sul pluralismo nell’informazione che produsse, come quasi tutti i messaggi presidenziali, effetti modesti, ma lasciò agli atti il suo dissenso  per l’uso che il presidente del Consiglio faceva delle proprie televisioni e della Rai. Rivendicò contro il ministro leghista della Giustizia il diritto di concedere personalmente la grazia e ricorse alla Consulta per ottenerne  conferma. Fu marcatamente europeista  anche per reagire a certe sortite euroscettiche del governo e rinviò parecchie leggi alle Camere. Il caso in cui ebbe maggiore successo concerneva la politica estera.

Quando il governo Berlusconi fu sul punto d’intervenire militarmente in Iraq, agli inizi del 2003, Ciampi convocò il Consiglio supremo di Difesa e sostenne che l’art. 11 della Costituzione (“L’Italia rinuncia alla guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione dei conflitti  internazionali”) imediva la partecipazione italiana al conflitto. Fu una mossa europeista, fatta per evitare una posizione italiana totalmente diversa da quella dei Paesi  schierati contro la guerra (Francia, Germania, Belgio) e una frattura nel cuore dell’Europa comunitaria. Ma il ricors0 a un articolo della Costituzione scritto nel clima del dopoguerra poteva rappresentava un pericoloso precedente per un Paese che non intenda rinunciare a uno strumento dei rapporti internazionali. Berlusconi, comunque, fu probabilmente felice che il capo dello Stato lo togliesse d’imbarazzo. Il Papa si era pronunciato contro la guerra e il Paese era tappezzato di bandiere arcobaleno.

Lo stile è diverso, ma la  anche presidenza Napolitano ha avuto con il governo Berlusconi un rapporto di reciproca diffidenza non troppo diverso da quello di altri presidenti con altri governi: Gronchi con Segni, Segni con Moro, Cossiga con Andreotti, Scalfaro con Berlusconi, Ciampi con Berlusconi. La formazione del governo Monti  nel novembre del 2011 ricorda quella del governo Pella nel 1953, del governo Tambroni nel 1960, del governo Ciampi nel 1993 e del governo Dini nel 1995, per non parlare dei numerosi tentativi più o meno falliti di Sandro Pertini. Esiste dunque, al di là delle differenze caratteriali fra le singole personalità, un rapporto dialettico fra il Quirinale e Palazzo Chigi che la costituzione non esclude e che contribuisce in ultima analisi alla difesa della democrazia? Potremmo accontentarci di questa tesi  se il presidente intervenisse soltanto quando il sistema è inceppato e facesse un passo indietro, dopo la conclusione della crisi, per lasciare al governo una sfera d’azione comparabile a quella degli esecutivi delle maggiori democrazie europee.

Ma la situazione è alquanto diversa. Anche nei momenti in cui il governo è stabile il presidente interviene per giudicare, ammonire, esortare, pungolare, manifestare sentimenti e convinzioni. La storia della Repubblica è anche una storia di “esternazioni”. Cominciarono con Luigi Einaudi, proseguirono con Gronchi e Saragat, divennero innumerevoli e tribunizie con Pertini, clamorose e scandalose con Cossiga, arcigne con Scalfaro, pedagogiche con Ciampi, politiche, sociali e istituzionali con Napolitano. Il presidente non è soltanto il simbolo dell’unità nazionale e il ricorso  d’ultima istanza per i nodi che governo e partiti non riescono a sciogliere. E’ continuamente in scena nel dibattito nazionale, è chiamato in causa, è invitato a parlare e ad agire. La sua popolarità è tanto maggiore quanto più grande è il malumore del Paese per coloro che lo governano. Esiste quindi in Italia  una istituzione che cresce nella stima generale quando le altre perdono credito e rispettabilità, che deve la sua fortuna alla sfortuna dell’esecutivo. Sollecitata dalla sua popolarità, la presidenza risponde all’appello del Paese moltiplicando i suoi interventi e crea così l’illusione che il Quirinale possa risolvere i problemi della nazione.

Non è necessario disconoscere i meriti di molti presidenti per constatare che una tale situazione rischia di pregiudicare la governabilità del Paese e il buon funzionamento delle sue istituzioni.

Che cosa accadrebbe se il capo dello Stato cercasse d’imporsi contro la volontà del governo o del parlamento? Che cosa accadrebbe se il governo rivendicasse il diritto di decidere e il  conflitto paralizzasse il Paese? In Europa non mancano modelli a cui ispirare una riforma: la Germania e la Spagna, se vogliamo rafforzare il ruolo del Premier; la Francia se vogliamo rafforzare quello del capo dello Stato.

Dopo quello che è accaduto negli scorsi mesi vorremmo che di questo si occupasse, anzitutto, la prossima legislatura.

“Tratto da “Il grande gioco del Quirinale”, a cura di Marzio Breda, ed. Corriere della Sera 2013”

Sergio Romano

Sergio Romano

La direzione di Ergo ringrazia Sergio Romano per il suo generoso contributo. Il dottor Romano è  stato Ambasciatore a Mosca fino alle sue dimissioni dalla carriera diplomatica, nel marzo 1989. Ha insegnato in alcune università, fra cui Harvard, Bocconi, Pavia.  È editorialista del Corriere della Sera. Fra i suoi ultimi libri: Con gli occhi dell’Islam del 2007, La Chiesa contro, scritto con Beda Romano, del 2011. Morire di democrazia  del 2012.