ORGOGLIO E PREGIUDIZIO

Il titolo di questo famoso romanzo scritto da Jane Austen esattamente duecento anni fa rappresenta con buona sintesi le mie riflessioni del 7 luglio, durante e dopo il convegno svoltosi nella Villa Reale di Monza per il lancio di Expo 2015. Dalle parole di tutti i partecipanti, ma soprattutto da quelle del Presidente Napolitano in piena armonia con Enrico Letta e Roberto Maroni, è emersa chiara la determinazione assoluta a fare di Expo il simbolo della rinascita dell’Italia.

La Città Ideale

Non ci sarà futuro per il nostro Paese se non avremo raccolto ogni nostra energia per avviare una trasformazione profonda nel nostro modo di operare e di confrontarci con la nuova realtà dell’economia globale: solo se ci riusciremo l’Expo potrà essere un successo. E solo se sarà un successo potremo aspirare a restare nel girone dei paesi che hanno un’identità e un ruolo nel mondo. Questa pur importante manifestazione diventa solo una tappa, la prima e la più critica alla luce della nostra attuale situazione, in un percorso ben più lungo ed articolato. E allora il nostro Presidente della Repubblica, sempre più nostro ogni giorno che passa come depositario di una saggezza umana e politica antica e sempre nuova, ha dovuto fare appello all’orgoglio nazionale, su di esso basando le motivazioni per tutti  e per ciascuno a fare anche l’impossibile: whatever it takes direbbero i miei colleghi americani.

Basta flagellazioni con la retorica del declino, avanti con il lavoro, con impegno e determinazione.

A nessuno sfugge però il grave e spesso fondato pregiudizio dal quale siamo afflitti nelle valutazioni e nelle classifiche internazionali di ogni genere e tipo. La durezza dei numeri che ci accusano può essere mitigata nella nostra dialettica sociale, ma è un fatto che da ogni indicatore negativo si deve invece prendere spunto per risanarlo con un piano di azione concreto e misurabile nel tempo. Solo un esempio per tutti: se la nostra produttività non riuscirà a tenere il passo con quella dei paesi più avanzati, come non ci è riuscita negli ultimi due decenni per molti versi sprecati, non saremo più in grado di acquistare i prodotti più raffinati delle economie più avanzate, in una spirale imprevedibile quanto al suo punto di arresto.  Un pregiudizio che va combattuto nei fatti, nei progetti e nei loro esiti nel tempo, con la credibilità di figure politiche ed imprenditoriali di livello e di standard globali. Persone  nelle quali la realtà sia anche migliore della rappresentazione, la sostanza più rilevante della forma, le capacità più significative dell’età, la concretezza più dell’affabulazione, l’umiltà più dell’arroganza, lo spirito di servizio più dell’ambizione, la lungimiranza più dell’ improvvisazione, la competenza più dell’appartenenza, l’apertura al cambiamento più dell’autoreferenzialità.

In sintesi, persone autentiche: il saper essere più del sembrare.

Con questi criteri e questi valori, con un riferimento personale che subito concludo, ho cercato per trent’anni di assumere i miei collaboratori, cercando cioè sempre e dovunque persone migliori di me, e trovandole. E’ quindi con persone come queste che va affrontata la sfida del futuro, della quale ben poco si parla nei programmi delle principali forze politiche e sociali. E’ allora evidente che la vera sfida di un Expo di successo è quella di preparare quello che verrà dopo, non solo nei temi oggetto della manifestazione, ma in tutti quelli che definiranno la nostra capacità di competere. Con la preparazione di Expo andrà messo a punto e collaudato un metodo. Per gestire l’innovazione e la complessità globale.

E la domanda fondamentale è: dove saranno Milano, la Lombardia, l’Italia, l’Europa nel 2020? O dieci anni dopo ?

Come la nostra industria reagirà alle grandi ed ormai individuate macrotendenze destinate a cambiare nuovamente il mondo?

Come si creerà nuovo lavoro dopo quello che verrà distrutto dallo sviluppo dei servizi digitali a disposizione dovunque e di tutti e dalla automazione del lavoro della conoscenza?

Come si sposteranno gli equilibri fra nazioni in ragione della distribuzione dei servizi basati sul cloud, la nuvola, che non hanno certamente confini?

Avremo le università e le aziende manufatturiere in grado di competere in un mercato di automazione e di robotica sempre più sofisticata?

O in quello della stampa a 3 dimensioni, che toccherà profondamente diversi processi industriali?

Come cambieranno la sanità, ma anche l’agricoltura, con i progressi della genomica? Avremo i ricercatori e le imprese in grado di contribuire a questa grande trasformazione?

Saremo in grado di competere nella messa a punto di nuovi materiali?

O nello sviluppo delle energie rinnovabili?

Dove sono le risposte a queste domande?

L’America le ha, la Cina le ha, l’Europa non ancora, l’Italia nemmeno. Ma il futuro si gioca su questo. E allora quando parliamo di riforme, un mantra che ormai significa tutto e niente, di queste cose dobbiamo parlare. Dobbiamo pretendere che si vada verso un assetto istituzionale, industriale, infrastrutturale, scolastico ed accademico che le renda possibili. E’ quindi ben chiaro che l’Expo è un grande crocevia.

La strada giusta ci porterà verso un futuro migliore.

E l’altra ?

Cav.Lav. Umberto Paolucci