La crisi ucraina

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Quello che è successo in Ucraina e in Crimea covava da tempo sotto la cenere. “L’ingenua fanciulla impreparata” UE doveva aspettarselo, visto che il presidente russo Vladimir Putin non ha mai fatto mistero della volontà di riscatto dell’ingestione dei troppi bocconi amari che USA, NATO e UE, nel tempo, da El’cin (traslitterato Eltsin) e poi con lui, gli hanno fatto inghiottire. Per alcuni anni, dopo il collasso dell’URSS, la diplomazia della Federazione Russa fu assorbita da un complicato contenzioso con i suoi “nuovi” vicini; la spartizione dell’enorme demanio sovietico, la divisione della Flotta del Mar Nero (rivendicata dell’Ucraina), le forniture energetiche alle vecchie repubbliche federali, la definizione delle frontiere e lo status dei russi (25 milioni) che nel dicembre 1991 erano diventati improvvisamente stranieri in patria. Il merito di El’cin fu quello di evitare i conflitti che avrebbero maggiormente suscitato i sospetti dell’Occidente, che si era impegnato con il vecchio Bush a non “assorbire” i 14 Paesi indipendenti nati dalla disgregazione dell’URSS. El’cin sapeva che un conflitto con l’Ucraina per il Mar Nero, nonostante i legami storici, geopolitici, culturali e religiosi tra Kiev e Mosca, consentivano alla Russia di percepire l’Ucraina come qualcosa di molto vicino e di quasi “nazionale” e non come “politica estera”, che avrebbe allarmato l’UE e gli USA con le sue grandi “lobby”: polacca e ucraina.  Sapeva anche che sul contenzioso russo con le repubbliche Baltiche sarebbero risuscitate le brutalità concordate di Stalin e Hitler. Tuttavia, due fattori influirono negli anni seguenti sulla politica estera russa: un blocco nostalgico, composto da nazionalisti e comunisti, quindi ostile alla politica conciliante del Presidente, e alcuni insopprimibili interessi nazionali che il nuovo Stato aveva ereditato dai suoi predecessori sovietico e zarista. Questi fattori si manifestarono con forza quando la NATO decise di estendersi verso Oriente e di cooptare fra i suoi soci, paesi provenienti dell’ex-URSS. Il governo, e soprattutto l’opinione pubblica nazionalista, videro nell’allargamento della NATO una sorta di “ diktat” imposto dal vincitore al vinto. Prevalsero alla fine il buon senso e la moderazione di El’cin e fu deciso che l’operazione avrebbe avuto luogo in due tempi. Il 27 maggio 1997 fu firmata a Parigi, tra la NATO e la Russia, una sorta di “Entente” cordiale e il secondo tempo si svolse a Madrid, l’8 luglio 1997, quando un vertice NATO invitò tre Paesi (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria) a far parte della Nato.
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Fu deciso anche che i negoziati per l’adesione sarebbero cominciati subito e si sarebbero conclusi prima del vertice Nato a Washington del 1999, che avrebbe celebrato anche i 50 anni della sua fondazione. Peccato che questa celebrazione coincise con la guerra del Kosovo e il suo bombardamento da parte della NATO, che “celebrava” anche la sua prima guerra facendo inghiottire alla Russia un altro boccone amaro insieme a quelli successivi dalla cooptazione nella NATO di tanti paesi ex-URSS, la questione antimissilistica e il sostegno alla Georgia che si era annessa con la forza l’Ossezia e l’Abkazia. In ogni caso, per dialogare con la Russia, lo strumento operativo esiste, è istituzionale e si chiama NATO Russia Council (NRC); firmato al vertice NATO di Pratica di Mare nel 2002, si riunisce periodicamente in diversi formati. La Nato deve quindi puntare a mantenere un senso dell’equilibrio che miri a trovare un compromesso con la Russia e non lo scontro inviando, come hanno fatto gli USA per mostrare i “muscoli”, all’Est una squadriglia di F-15 e aero-rifornitori per “integrare” la difesa e la NATO ha schierato in Polonia e Romania dei radar volanti (Awacs) per coordinare il tutto e sorvegliare gli spazi aerei e vedere anche ciò che succede nella Russia meridionale e in Crimea. In tutto ciò cosa può fare l’UE, che possiamo definire la “bella addormentata”? Non allinearsi agli USA che continuano a non accettare la Federazione Russa come è oggi uno dei pochi stati realmente sovrani nel mondo “unipolare americano”, nato dopo la caduta del muro di Berlino. E non seguire fino in fondo gli interessi della Germania che ha già un rapporto diretto e indipendente con la Russia, mentre con la scusa dell’allargamento a Est dell’UE si crea una cintura di sicurezza togliendola alla Federazione Russa; che intende rivestire il suo ruolo di potenza “regionale” e di ponte culturale e religioso tra UE ed Euroasia, dopo la tragica esperienza del comunismo ateo. Possiamo concludere, ripetendo una considerazione fatta dall’ex-ambasciatore Sergio Romano, quando dice che è possibile rovesciare sin d’ora una domanda che molti si posero nel dicembre del 1991 e cioè quali conseguenze la “disunione” dell’URSS avrebbe avuto sulla situazione politica mondiale. Ci chiediamo oggi quali conseguenze possa avere la Russia come “potenza regionale” e indipendente dal “mondo unipolare americano”.

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