parliamo di iran

[column]

alessaA Losanna, il 2 aprile scorso, l’accordo-quadro raggiunto dall’Iran e dai 5+1 Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU più la Germania e l’Unione Europea, ha rappresentato senz’altro la tappa più importante in una disputa che si trascina da molti anni e che rischia, se irrisolta, di scivolare in un confronto armato. Quattro erano le questioni fondamentali sul tavolo negoziale:

  • I limiti allo sviluppo del programma nucleare;
  • Il regime di ispezioni da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea);
  • La durata dell’accordo;
  • La revoca delle sanzioni.

 

Si tratta, al momento, di un accordo-quadro. I dettagli tecnici dovranno essere definiti e concordati dalle parti entro il 30 giugno 2015. Fino a quella data è impossibile dire se il 2 aprile 2015 sia stata o meno una data storica. Le trattative potrebbero ancora fermarsi e gli oppositori all’accordo presenti sia in USA che in Iran potrebbero ancora avere la meglio. Tuttavia, possiamo affermare che la luce alla fine del tunnel è vicina. L’Iran, che ha sempre sostenuto di non avere ambizioni militari, otterrà in cambio la graduale revoca delle sanzioni imposte nel corso degli anni da USA, UE e ONU. Questo accordo è stato possibile perché le Grandi Potenze hanno preso atto che in Medio Oriente esiste già una nuova realtà ossia l’Iran come protagonista, non come soggetto isolato con un ruolo marginale tra Europa e Asia. E da parte USA non si può continuare a pensare che sia l’Iran a togliere loro “le castagne dal fuoco” in Medio Oriente senza alcuna contropartita.

[/column][column]

Senza la collaborazione iraniana infatti non è possibile trovare una soluzione di pace in nessun Paese dell’area: non in Afghanistan, dove le popolazioni del Nord sono di stirpe iranica ed un numero enorme di rifugiati afgani sono in Iran; non in Siria, dove i rapporti con la minoranza alanita guidata dagli Assad sono sempre stati eccellenti e i cui porti garantiscono l’accesso al Mar Mediterraneo dell’Iran ed un sicuro rifugio per le sue navi in detto mare. Non in Iraq, dove la maggioranza della popolazione è sciita ed ha come punto di riferimento naturale l’Iran. Per non parlare di Libano e dintorni, dove l’Iran viene visto come un’alternativa alla forte volontà di maggiore presenza sunnita nell’area. Non nello Yemen dove la popolazione sciita e curda supera quella sunnita appoggiata dall’Arabia Saudita e dal Qatar. È evidente da quanto detto che la proclamazione di un califfato islamico sunnita tra Iraq e Siria con propaggini in tutta l’area preoccupa molto gli iraniani al pari degli occidentali anche perché in parte si finanzia con petrolio e traffici di ogni genere. D’altra parte questo significa ridimensionare il ruolo egemone dell’Arabia Saudita, appoggiata dal Qatar, potenza sunnita e fiduciaria nell’area degli USA, ma senza più la dipendenza energetica. L’Iran è pienamente disponibile a rapporti più cordiali con l’Arabia Saudita ma percepisce ancora una certa freddezza ed un notevole formalismo, che non aiutano a migliorare i rapporti tra mondo sciita e mondo sunnita, che sempre più appaiono essenziali per una soluzione di pacificazione complessiva della regione. Per questo si spiega la recente visita del Presidente turco R.T. , il quale ha concluso la visita affermando: “Non mi interessa di sunniti o sciiti, mi interessa la pace tra musulmani”.[/column]