Medio Oriente: quello che non si legge sui quotidiani

 

ALESSANDRELLOL’intera regione del Medio Oriente può esplodere per una combinazione di fattori: • La guerra saudita in Yemen. • I piani turco-americani intenzionati ad utilizzare terroristi “islamici” per una massiccia invasione della Siria, sia dalla Turchia che dalla Giordania, dove sono attualmente addestrati da forze speciali degli USA e della Gran Bretagna. • L’avanzata dell’Isis a Palmira e Ramadi. Si è capito che la politica degli USA e dei suoi alleati di fare affidamento esclusivo sui raid aerei, senza coordinamento con le truppe di terra, sia un esercizio quasi inutile quando si affronta il terrorismo. Ancora più allarmante è il fatto che l’amministrazione Obama e altri ambienti di Washington considerino l’idea di riarmare le tribù sunnite invece dell’esercito nazionale iracheno, aumentando la spaccatura e i conflitti tra i gruppi etnici. Nel frattempo proporre di combattere i terroristi islamici in Iraq, mentre di fatto si appoggiano in Siria, è peggio che assurdo. Gli alleati di USA e della Nato, come Arabia Saudita, Qatar e Turchia, sono, con fatti e dichiarazioni, la fonte del finanziamento, del riarmo, del sostegno logistico e dell’ideologia della minaccia terroristica contro la regione e l’Occidente intero. Al Medio Oriente serve una nuova politica e una combinazione di forze che comprenda le forze armate irachene e siriane e il sostegno militare, logistico e di intelligence di Iran, USA e Russia. Simultaneamente deve essere lanciata un’offensiva militare dalla Siria e dall’Iraq che stringa in una tenaglia l’Isis e gli altri gruppi terroristici che combattono lungo le zone di confine tra i due Paesi; altrimenti, l’Iran si vedrà costretto ad agire da solo. Gli iraniani, che finora si sono impegnati limitatamente, stanno perdendo la pazienza, in quanto sanno benissimo di costituire il prossimo bersaglio; invece i sauditi non fanno segreto di ciò; essi stessi non valutano appieno le conseguenze del loro atteggiamento e la loro fuga in avanti comincia ad allarmare autorità politiche e militari, persino negli USA, in Gran Bretagna e nei Paesi UE, per non parlare delle perplessità in Russia. Gli iraniani sembra stiano aumentando le forze in campo, perlomeno in Iraq e Siria. Il Consigliere di politica estera del Leader Supremo Velayati è stato recentemente in Siria, dove ha incontrato il Presidente Assad, e ha assicurato il continuo sostegno di Teheran nella lotta contro le forze takfiri, compresi gli aiuti economici e militari. Informazioni di fonte siriana dicono che le forze armate nazionali, dopo quattro anni di intensi combattimenti, sono esauste sia in termini di truppe che di armamenti. I giovani sfuggono alla leva e la guerra psicologica dell’Isis e dei terroristi di Al Nusra abbassa il morale della popolazione nelle aree controllate dal governo. In Libano, dove ha incontrato i capi di Hezbollah e il Primo Ministro, Velayati ha affermato persino che l’Iran è pronto ad aiutare il governo iracheno a riconquistare Ramadi. Lo stesso giorno, il Ministro della Difesa iraniano, Ali Dahghan, si trovava a Baghdad, dove ha incontrato il Primo Ministro Al-Abadi, il quale poi si è recato a Mosca nel giorno successivo. Secondo alcuni resoconti, l’Iran ha suggerito di rivolgersi alla Russia, e non agli Stati Uniti, per le forniture di armi e per il sostegno militare. Il sedicente Stato Islamico avanza e fa paura, ma a preoccupare non sono solo i successi sul territorio: il reclutamento dei foreign fighters rende l’Isis un nemico sfuggente che arriva a toccare anche i confini di alcune aree delicate sotto il profilo politico e strategico. E’ il caso di Cecenia e Tagikistan che hanno chiesto aiuto a Mosca trovando un interlocutore reattivo. Le preoccupazioni della Russia si riferiscono alla sua unità e alla sua proiezione nello spazio post-sovietico: dopo l’Ucraina, evidentemente, Mosca non vuole perdere altri pezzi. La storia dell’Islam in Russia è plurisecolare e si sviluppa dai tempi di Caterina la Grande ai bolscevichi. Si stima che i musulmani rappresentino circa il 14% della popolazione russa attuale, una minoranza la cui presenza si avverte attraverso atti di terrorismo ed omicidi oscuri; perfino recentemente alla Duma si è aperto il dibattito sulla poligamia nonché sul divieto di vendere alcolici in Cecenia e Dagestan, con l’obiettivo dichiarato di indebolire l’opposizione che accusa Mosca di reprimere la cultura islamica. Tutto questo hanno capito il Vaticano e Papa Francesco quando ricevono Vladimir Putin, reputato un valido interlocutore nella vera difesa dei cristiani nel mondo e della civiltà occidentale, con i suoi valori e la sua morale, e non certo il Pentagono e la Nato, che pensano di portare più di 5000 uomini armati con carri armati e artiglieria pesante in Paesi, quali Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e forse Romania e Ungheria, per continuare a creare tensioni di guerra nel cuore dell’UE; nonostante la dichiarazione di Vladimir Putin alla stampa occidentale che sarebbe da “pazzi” attaccare la Nato.