Expo sarà il grande evento, ma i cantieri continueranno anche dopo la manifestazione. L’export italiano cresce del 40 per cento, trainato dai mobili outdoor e dal contract. Fondamentale adeguarsi a consumatori sempre più contemporanei.

Expo 2020 sarà un punto di arrivo, ma la crescita vertiginosa di Dubai pare destinata a continuare anche dopo l’evento che celebrerà l’ingresso nel ristretto club delle capitali mondiali del trade di quello che era un antico porticciolo di pescatori. “C’è un grandissimo fermento, come dimostrano i lavori in cantiere per la realizzazione di un centinaio d’hotel e una ventina di grandi progetti avviati. Le opere continueranno almeno fino al 2022”, racconta Mauro Marzocchi, segretario generale della Camera di commercio italiana negli Emirati Arabi. È difficile contenere entusiasmo e aggettivi nel descrivere lo sviluppo del principale hub commerciale del mondo arabo, impegnato da un paio di decenni nella mission di sorprendere il mondo. Alzare l’asticella, costi quel che costi, è il filo conduttore di ogni progetto, che riguardi l’ampliamento del già mastodontico Dubai mall, con i suoi oltre 1.200 negozi, o la realizzazione del supertreno Hyperloop, che coprirà i 145 chilometri di distanza dalla capitale Abu Dhabi in meno di 10 minuti, con punte di 1.200 km/h. Questo percorso dei record ha una corrispondenza in termini di edificazione e, naturalmente, di allestimento degli interni, per incidere in maniera ormai consistente nei conti delle aziende italiane del mobile. Gli Emirati Arabi, con meno di dieci milioni di abitanti, hanno rappresentato nel 2015 la nona destinazione delle esportazioni dell’arredo made in Italy: in classifica hanno superato la Cina, che di popolazione ne ha 1,3 miliardi. La crescita, nei primi dieci mesi dell’anno, è stata del 40,6%, il giro d’affari oltre i 253 milioni di euro. Il contract si impone come canale strategico, in un Paese dove la maggioranza delle importazioni passa attraverso la selezione di studi di architettura e interior designer che operano su committenza delle holding residenziali e alberghiere, cui si aggiungono gli office furniture che partecipano ai progetti e agli showroom in costante apertura tra i sette emirati (Abu Dhabi, Dubai, Ajman, Fujaira, Ras al-Khaima, Sharja e Umm al-Qaywayn) che compongono lo Stato nazionale.

“La richiesta passa attraverso tutti i canali, ma sono le dimensioni dei progetti a rendere più appetibile il mondo contract”, afferma Arqem Ahmed, project manager dello studio di architettura Al Bayaty, al cui attivo compaiono nove hotel, sei lussuose residenze private, dieci moschee e vari altri centri culturali tra cui il Prophet museum. “Abbiamo lavorato con diversi fornitori italiani – precisa Ahmed – tra cui Asnaghi, Longhi e Modenese e altri ancora. Sono loro a decidere quali aziende di arredamento coinvolgere, non ce ne occupiamo direttamente noi. I marchi italiani di arredamento inseriti negli edifici da noi curati sono tantissimi, tra questi potrei citare Selezioni Domus e Gervasoni”. La dinamica dell’export italiano verso gli Emirati è positiva per quasi tutte le tipologie, fatta eccezione per le sedute (-2,1%) e gli articoli sanitari (-11,6%). La più importante, in valore, è quella che include i mobili outdoor, con oltre 47 milioni di euro esportati nei primi nove mesi 2015 e una crescita che sfiora il 70%, precedendo il marmo e mosaici (40,6 milioni, +37,6%) e i mobili per arredo domestico (28,8 milioni, +18 percento). La leadership dell’outdoor sorprende relativamente, in un Paese caratterizzato da un clima gradevole per nove mesi l’anno, mentre d’estate il caldo eccessivo costringe anche gli appassionati del giardino a rifugiarsi in casa tra il refrigerio dei condizionatori. “Gli articoli più richiesti tra quelli importati dall’Italia – racconta Ana Gastaldi, CEO di Ambar Garden Furniture, distributore per tutto il territorio degli Emirati – sono set di sedute da esterno illuminate, tavoli e sedie, oltre agli accessori come i vasi e le ceramiche. I contatti con le aziende italiane li ho raccolti durante le fiere”. I potenziali ostacoli al business? “In questo momento – prosegue Gastaldi – osserviamo un certo rallentamento delle vendite, ma siamo ottimisti e pensiamo che il mercato si riprenderà in fretta e che prima di Expo 2020 verrà raggiunto il picco per il comparto del mobile. Per quanto riguarda i prodotti italiani, l’ostacolo principale è il prezzo. Le aziende, prima di proporre le loro creazioni, dovrebbero verificarne, dati i costi, l’effettiva esigenza da parte dei clienti di Dubai”. La sua analisi è totalmente sottoscritta da Arqem Ahmed: “Le aziende italiane sono ben note nel mondo per il loro livello di design e qualità, il che apre ottimi scenari per l’ingresso nei progetti avviati verso Expo 2020. Occorre però considerare l’agguerrita concorrenza cinese, che si fonda essenzialmente sul prezzo”. Per crescere ancora, gli italiani dovranno perciò rafforzare i legami con la committenza locale, a cominciare dagli studi di architettura che seguono le grandi opere residenziali/alberghiere, e captare i gusti dei consumatori che, sostiene Marzocchi, sono nettamente cambiati negli ultimi tempi. “I vecchi mobili ridondanti in stile arabo sono stati messi in soffitta, Dubai oggi è una città che vive appieno la sua modernità e chiede innovazione, tecnologia, tendenza. Abbiamo recentemente organizzato una serie di incontri per conto di aziende padovane e i loro prodotti più venduti sono stati i mobili in acciaio. Questo, ormai, è un dato certo di mercato”.


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