TSUNAMI SOCIALE

Prosegue il consueto rapporto di collaborazione tra il  Gruppo Lombardo dei Cavalieri del Lavoro e  il Consolato Provinciale dei Maestri del Lavoro.

Tsunami sociale
di Giorgio Fiorini

Pensavamo che con la caduta del Muro di Berlino e la “globalizzazione” avessimo imboccato il percorso appropriato per uno sviluppo sostenibile. Credevamo che la caduta di molte barriere economico-finanziarie sarebbe stata un investimento che avrebbe dato dei dividendi distribuibili a tutta l‘umanità. Veniva enfatizzato che si sarebbero create fantastiche opportunità di lavoro nel terziario e che lo sviluppo tecnologico avrebbe contribuito a migliorare la produttività, senza influire sulle quantità di lavoro da offrire sul mercato e con la possibilità di minori ore di impegno settimanale. Ma qualcosa sembra non sia andato nel verso giusto: la storia non cammina sempre in avanti e la solita esistenza è ricominciata con il suo profilo di dolori e ingiustizie. La disuguaglianza tra ceti sociali si è acuita: i ricchi sono diventati più ricchi, i poveri più poveri ed ha soprattutto il volto dei giovani che rimangono in attesa al di fuori dei cancelli del mercato del lavoro. Le distorsioni che la “Grande crisi” produce nelle nuove generazioni crea difficoltà nelle famiglie di origine e l‘impossibilità di generarne di nuove. Situazioni che alimentano la quasicertezza di non poter coronare le aspirazioni di ascesa sociale e professionale.

La tecnologia e le scoperte scientifiche hanno mantenuto le promesse, ma le altre scienze, quelle politiche e quelle economico-finanziarie, si sono invece dimostrate incapaci di sviluppare un cambiamento sociale a misura d‘uomo. Lo sviluppo tecnologico è una benedizione, ma sembra produrre meno lavoro, a differenza di quanto accadeva dall‘inizio dello sviluppo industriale (gli esperti la chiamano “jobless growth”: crescita senza lavoro).
Questo non implica che la tecnologia o le imprese 4.0 debbano essere demonizzate, anzi, sono necessarie, come lo sono la libera iniziativa e l‘innovazione. Non è comunque compito di questi fattori occuparsi di giustizia sociale: contribuiscono alla “crescita” del Pil, ma in forma discriminante e geograficamente disomogenea se non sono controllati da politiche economiche adeguate. Sono, infatti, le strutture sociali nazionali e internazionali, elaborate dalla politica, a dover programmare una crescita equilibrata per evitare disuguaglianze, tensioni e conflitti. In mancanza di appropriati indirizzi socio-economici è difficile combattere la disoccupazione che porta con sé impoverimento e malessere sociale. Se la classe dirigente si mostra incapace e senza una visione del futuro, tale scontento sfocia in rabbia e la gente incomincia ad ascoltare stregoni che promettono miracoli e additano nemici reali e immaginari da sconfiggere.

L‘insegnamento del passato è che nelle loro mani perdono tutti, anche chi nel frattempo è riuscito a salire “sull‘ascensore sociale”. L‘ingiustizia e la fame a livello planetario stanno producendo uno tsunami sociale che abbatterà qualsiasi barriera, sia fatta di filo spinato o grandi muri di cemento armato. Se non si cambia percorso al più presto, con gli Stati europei predisposti a cooperare o addirittura a integrarsi in una Confederazione, potremmo trovarci su una macchina con le ruote motrici sospese su un baratro. Per tornare indietro e seguire altre strade, potrebbe non bastare l‘inserimento della retromarcia.


A cura di: Federazione Maestri del Lavoro d’Italia