La BANCA torni motore di sviluppo

L’economia italiana vive un momento di forti trasformazioni. Tra i protagonisti di questo scenario vi sono anche gli istituti di credito. Con Federico Ghizzoni, per sei anni amministratore delegato di Unicredit, abbiamo analizzato questa fase e cercato di capire come quel sistema economico virtuoso tra banchee imprese, tra credito e territorio, in questo percorso possa rimanere inalterato.

di Luca Rossi

L’ultimo decennio ha segnato un profondo cambiamento negli scenari economici e nelle dinamiche che regolano il rapporto tra i protagonisti: banche, imprese ma anche famiglie. Gli istituti di credito stanno vivendo un passaggio cruciale per il loro futuro: accorpamenti e fusioni, necessità talvolta di ricapitalizzazioni, implementazione delle tecnologie digitali. Il rischio è che quel volano virtuoso che ha dato impulso all’economia italiana, fatto di attenzione al territorio e alle sue imprese, perda di incisività. Ne abbiamo parlato con Federico Ghizzoni, per sei anni amministratore delegato di Unicredit, uno dei simboli nel mondo del capitalismo italiano.

Dottor Ghizzoni, dopo la crisi del 2008 il settore bancario sta vivendo una profonda trasformazione. Partiamo da quella reputazionale. La banca rappresenta ancora un elemento di riconosciuto riferimento lo sviluppo economico del Paese?

“A causa della crisi del 2008 il settore bancario ha oggi un grande problema di reputazione cui si pone rimedio applicando innanzitutto all’interno della banca dei principi etici, chiari e condivisi e poi cercando di recuperare il ruolo stesso della banca che per decenni, per secoli, è stata considerata un po’ il motore dello sviluppo economico. Fin dal primo giorno in cui, sei anni fa, sono entrato come amministratore delegato in Unicredit sono stato convinto che la banca dovesse tornare a fare il lavoro di banca commerciale: raccogliere e gestire i risparmi familiari e, reimpiegando li in maniera positiva, contribuire alla crescita delle famiglie ma anche delle nostre imprese. Oggi le famiglie hanno grande incertezza davanti a sé, di un mondo che non si comprende. Pertanto si ha ancora di più un ruolo sociale, per consigliare le famiglie come pianificare la propria disponibilità finanziaria nei prossimi anni. Per la stessa ragione si ha l’obbligo di ascoltare le imprese, seguirle e dare loro credito, il che non significa credito facile ma cercare soluzioni laddove siano possibili per consentire alle imprese di pianificare e investire. È il fare bene banca che qualifica la banca, e ciò significa essere nel tessuto sociale, essere presenti e visibili, essere un punto di riferimento. Questo va recuperato, perché per alcuni anni si è un po’ perso. Ci si è distanziati dai cosiddetti territori e lì bisogna tornare. Ovvio che in questo servono rigidi principi di governance, in quanto non bisogna tornare al territorio per servirlo costi quel che costi, creando poi problemi di sofferenza come se ne è visti negli ultimi anni”.

Nella trasformazione in atto nelle banche ci sono due temi: le aggregazioni, con le conseguenti ottimizzazioni di sportelli, e la digitalizzazione dei servizi. Come si concilia tutto questo col dialogo col territorio?

“Occorre trovare un equilibrio, dobbiamo rimanere agganciati alla nostra clientela altrimenti non riusciremo a fare il nostro mestiere. Il tema è delicato: se oggi paragoniamo l’Italia ad altri Paesi, qui c’è una presenza di filiali superiore alle necessità. Il percorso di ottimizzazione va fatto con intelligenza, perché non bisogna lasciare territori scoperti, e al contempo bisogna investire parecchio nello sviluppo del digitale. Sul digitale occorre poi chiarirsi le idee: fino ad oggi è servito soprattutto per eseguire le operazioni online, quelle che si facevano una volta in filiale oggi vengono eseguite tramite mobile banking e internet banking. Ma il digitale non è ancora diventato un canale di servizi per vendere, oltre che consigliare, un prodotto al cliente. Il cliente ha tutti i giorni dei bisogni, diretti o indiretti, legati o non legati alla banca: con il digitale dobbiamo cercare di colmare questo gap, facendo in modo che sia la banca che va dal cliente, in modo virtuale in questo caso, sempre cercando di soddisfarne i bisogni quotidiani. Bisogna insomma cercare di sostituire il fisico con il virtuale ma sempre nella logica del servizio alla clientela. Detto ciò, ci sono casi di banche che hanno fatto del modello virtuale il loro modello vincente ma che oggi stanno aprendo delle filiali, non punti dove si fanno cassa e operazioni ma in cui la gente si reca per parlare con il gestore. Oggi ci sono diverse situazioni che mettono pressione alle banche inclusa una richiesta regolamentare molto esigente soprattutto in termini di capitale. Occorre evitare che la riduzione di personale cui stiamo assistendo in questi mesi, in parte legata al passaggio tecnologico in corso ma anche alla necessità di remunerare obblighi di capitale crescente, vada a discapito della qualità dei servizi e della  soddisfazione del cliente ”.

Ma quindi la necessità di un contatto umano – da parte sia delle famiglia sia delle imprese – è ancora forte?

“Sì, vi è una profondissima necessità di un contatto umano. Il paradosso è che più si sviluppa il digitale e più l’esigenza di un contatto umano con la banca aumenta, ovviamente per servizi diversi dalla pura esecuzione di operazioni e transazioni giornaliere. Ma l’attività di consulenza, la necessità di chiedere un consiglio alla banca su come gestire i propri risparmi e se parliamo di imprese, su come finanziare i propri investimenti, è ancora molto sentito da parte dei clienti, e questo non bisogna abbandonarlo. Al contrario bisogna trasformare e investire sulla operatività e gli skill delle nostre persone. Quando entrai in banca, 37-38 anni fa, vi erano molti contabili dietro agli sportelli. Oggi tutto questo è in buona parte sostituito da attività elettronica. Quello che occorre ora cambiare completamente è la relazione front-office e back-office: abbiamo bisogno di supplire in qualche modo al numero minore di filiali con un numero maggiore di persone dedicate a interloquire col cliente. Non bisogna poi mai dimenticare che la tecnologia è un mezzo, non un fine: per cui, ripeto, la tecnologia deve essere utilizzata a servizio del cliente, non per trasformare il cliente in un numero e ridurre i costi. Questo equilibrio va trovato e oggi rap- presenta la sfida più grande che le banche si trovano ad affrontare”.

La sfida dunque è trovare un equilibro tra ottimizzazione dei costi e vicinanza fisica col cliente. Ma le nostre banche sono pronte?

“Non ancora. Questo è un passaggio appena avviato che presenta molte incognite. Rispetto al passato, le banche si trovano oggi ad affrontare un insieme di sfide diverse e tutte nello stesso momento. Nei decenni passati, quando c’erano momenti di crisi, vi era un impatto negativo sul conto economico della banca con crescita delle sofferenze, l’economia poi ripartiva e le sofferenze venivano in buona parte recuperate. Non vi erano necessità di cambiamenti di modello di business come invece avviene oggi perché sono cambiati anche i bisogni e i modi in cui interagisce il cliente stesso. Sono un insieme di sfide complesse e difficili. Credo che non tutte le banche ce la faranno. Sono convinto che la vera spinta alla fusione tra banche e al consolidamento del mercato arriverà non tanto dall’effetto negativo delle sofferenze sul conto economico quanto dalla capacità o meno di seguire questa trasformazione che richiede investimenti consistenti, anche sul personale.”

Dottor Ghizzoni, lei parlava delle sofferenze delle banche. Parliamo allora della loro ricapitalizzazione e nella fattispecie della necessità dello Stato di intervenire nel Monte dei Paschi. Pensa che questo potrebbe avere un effetto con altri istituti?

“Credo che l’intervento dello Stato sia stato tardivo, andava fatto prima e allargato ad altre banche del sistema. Probabilmente ci si è lasciati un po’ fuorviare dalle nuove normative sul Bail-In (il cosiddetto salvataggio interno, applicato al 1 gennaio del 2016), concettualmente corretto il principio che i contribuenti non debbano pagare per banche in difficoltà, ma all’atto pratico ci si è resi conto che applicare la normativa era politicamente non gestibile. Nel dibattito noi abbiamo perso tempo mentre altri Paesi sono intervenuti prima. Al di là dell’intervento dello Stato a livello di singole banche si poteva pensare già qualche anno fa ad una sorta di Bad Bank di sistema, senza necessariamente l’intervento della finanza pubblica, o comunque limitato al minimo. Però è inutile oggi guardarsi indietro. Bene dunque che lo Stato intervenga, sia pure in ritardo, perché consentirà alle banche beneficiarie di trovare una via d’uscita dalla crisi attuale. La sfida del sistema creditizio italiano non è comunque solo sulle banche in difficoltà. Anche quelle cosiddette solide, che per fortuna sono la maggior parte del sistema, avranno davanti a sé ancora alcuni anni complicati perché le sofferenze non scompaiono da sole e non senza sacrifici, anche rilevanti, dal punto di vista economico”.

Dottor Ghizzoni, anche il tessuto imprenditoriale accusa questo momento di debolezza del sistema creditizio. Le nostre imprese sono troppo dipendenti dalle banche? Quale sarebbe l’alternativa?

“Oggi per tante ragioni, non solo regolamentari, non è più possibile che la banca si sostituisca integralmente all’imprenditore nel finanziare un progetto. In questa fase è necessario che l’imprenditore dimostri di credere nella propria azienda e contribuisca con proprio capitale allo sviluppo della propria impresa o ad un progetto specifico. Le imprese italiane sono troppo sotto-capitalizzate, grandi o piccole che siano, troppo dipendenti a loro volta dal credito. Questo comporta che nel momento in cui il credito scende o si riduce, per motivi anche esterni, ad esempio la crisi del debito sovrano per cui era impossibile trovare liquidità sul mercato, se si è troppo dipendenti se ne soffre. La globalizzazione poi impone delle scelte forti e non rimandabili inclusa la crescita dimensionale e l’accelerazione del passaggio generazionale, ai famigliari o ai manager. Le imprese devono quindi prendere atto del fatto che non sarà più come prima, devono anche loro strutturarsi per avere alternative al puro e semplice credito bancario. Sono assolutamente favorevole allo sviluppo del cosiddetto capital market che in molti Paesi, soprattutto anglosassoni, è la vera alternativa al credito bancario. Anche qui però occorre fare attenzione, perché se non abbiamo un numero più elevato di imprese eligible per avere prodotti di capital market, ossia dotate di certe dimensioni, con una certa trasparenza e un certo rating, se non aumentiamo la platea di imprese che possono essere parte di questo mercato che diventa un mercato europeo, il nostro risparmio potrebbe andare a finanziare imprese non italiane. La crescita di questo mercato di capital market unico europeo porterà un numero crescente di investitori istituzionali e privati, anche italiani, a finanziare direttamente le aziende ad esempio tramite la sottoscrizione di obbligazioni. Se la richiesta delle imprese italiane sarà limitata per i motivi cui ho accennato sopra, parte del risparmio italiano, che è tra i più rilevanti in Europa e che fa gola a molti, finirà inevitabilmente ad aziende e istituzioni non italiane. Questo è un motivo in più per spingere sulla crescita dimensionale delle imprese”.

A fine anno dovrebbe terminare l’effetto del Quantitative Easing, che è una sorta di ombrello protettivo per i conti del nostro Paese. Che scenario potrebbe aprirsi per l’Italia?

Anche io ritengo che a fine anno qualche cambiamento ci sarà, che la BCE comincerà a impostare una politica di graduale uscita. L’inflazione in Germania è arrivata al 2% e quindi un pò si trascinerà anche altri paesi. Si penso che questo che questo cosiddetto ombrello diventerà gradualmente sempre più piccolo e trasparente. Il tema è che impatto avrà sull’italia, perchè abbiamo due macrodebolezze. La prima è il debito pubblico che continua a salire, e quindi gli spread sul debito pubblico potrebbero alzarsi in maniera significativa se viene meno l’ombrello BCE o se il mercato percepisce, come sta in parte avvenendo in queste ultime settimane, che questo stà per accadere. La seconda debolezza è lo scarso livello di produttività del paese. E questo andrebbe esaminato nel dettaglio. Abbiamo un sistema produttivo che, con tutti i cambiamenti che ci sono stati, nel suo complesso tiene; Siamo il secondo settore manifatturiero in europa. Ma abbiamo un settore pubblico che è  molto penalizzante. La media tra i due ci porta a una produttività a livelli molto scarsi rispetto ad altri Paesi: il settore pubblico è scarsamente produttivo e sovradimensionato rispetto a quello privato: questo problema va affrontato immediatamente con una profonda riforma del sistema”

@lurossi_71


Fonte: meccanica-plus.it / rivista uomini-imprese