La proposta dei Piani Individuali di Risparmio

I PIR, Piani Individuali di Risparmio, rappresentano la principale novità del 2017 per il risparmio gestito italiano. La loro istituzione risponde fondamentalmente ad una strutturale necessità di sostegno dell’economia reale.

Nel 2016 l’Italia ha attraversato una fase difficile, in cui un clima di generale sfiducia ha dominato la scena. Sinteticamente i fattori critici sono stati da un lato l’incertezza politica, legata al Referendum e dall’altro il “risiko” bancario.

Nel 2017 si sta respirando un clima di maggior ottimismo, basti pensare al PIL in accelerazione, sopra le stime, al rafforzamento della moneta unica e ai flussi in ingresso in aumento. Ma le incognite continuano a non mancare.

Tra i principali nodi il tema del settore finanziario, favorito dalla traettoria di rialzo dei tassi, insieme al calo delle sofferenze, ma di nuovo sotto un cielo nuvoloso, alla luce della stretta della vigilanza europea sulla gestione dei crediti deteriorati, annunciata lo scorso 4 ottobre.
Inoltre la questione della tenuta dell’Unione Europea è ancora accesa e mantiene la vulnerabilità dei mercati: se da un lato le elezioni in Francia dello scorso maggio hanno avuto un esito sicuramente rassicurante, d’altro canto l’esito di quelle tedesche potrebbe spostare i rapporti di forza in Germania e quindi in Europa. Anche le scelte di Trump oltreoceano avranno impatti sull’Europa, soprattutto sul fronte delle politiche monetarie e fiscali.

In tale contesto politico ed economico i PIR assumono un connotato più che positivo da diversi punti di vista.

Innanzitutto, se ben gestita e disciplinata nel corso del tempo, l’introduzione di questi strumenti potrebbe riportare flussi di capitali esteri sul mercato italiano, offrendo maggiore stabilità; ne gioveranno in particolare le piccole e medie imprese, con le loro necessità di finanziamento. Queste aziende costituiscono il vero tessuto industriale del Paese e gli indici che le rappresentano, negli ultimi anni, hanno fatto meglio dell’indice generale. Ciò non è una garanzia di eguali rendimenti, ma fa riflettere sulla validità di una maggiore diversificazione. Per dare qualche numero dopo pochi mesi di vita, l’effetto positivo dei PIR ha già portato a un aumento degli scambi sull’AIM (il listino di Borsa Italiana dove sono quotate le Pmi) del 517% e a un progresso delle quotazioni di oltre il 20%.

Inoltre potrebbe iniziare un processo di nazionalizzazione del risparmio: cinque anni di durata è un orizzonte temporale adeguato per un investimento, che può offrire concreti presupposti ad alcune aziende che intendono riavvicinarsi al mercato, partendo dall’idea che ci siano effettivamente dei compratori intenzionati (e incentivati) a mantenere il proprio investimento nel medio termine.

Il nostro Paese ha sempre avuto un alto tasso di risparmio, negli ultimi vent’anni quasi interamente investito in titoli di stato italiani. E nella globalizzazione del risparmio il mercato italiano è stato un po’ trascurato. Se ben gestita e disciplinata nel corso del tempo, la nascita dei PIR potrebbe rappresentare una grande opportunità, rimettendo il nostro mercato al centro dell’interesse dei risparmiatori italiani.

Per investire nel mercato italiano con un orizzonte temporale di medio termine uno stile di gestione flessibile, in grado di smussarne la volatilità e di generare valore anche nelle fasi di correzione, potrebbe rappresentare una valida soluzione. Il mercato italiano è infatti molto particolare perché concentrato: pochi settori e pochi titoli; inoltre è fortemente influenzato dalle dinamiche dei flussi e da fattori macroeconomici. Una conoscenza diretta del tessuto imprenditoriale alimentata da uno scambio continuo di informazioni con il management delle aziende risulta dunque un fattore chiave di successo.

a cura di Kairos, a Julius Baer Group Company


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