Dopo la moda del green, arriva quella dell’inclusività. Nelle ultime settimane un messaggio forte è arrivato dagli Stati Uniti, dove il Cfda ha annunciato una serie di iniziative per rendere più inclusive le posizioni di vertice delle aziende ame-ricane, ritenute oggi eccessivamente ‘chiuse’. L’iniziativa dell’ente statunitense arriva a seguito della grande crescita di sensibilità di quel mercato sulle questioni della diversity. Sia sotto il profilo del genere (si pensi al fenomeno #metoo) che della razza, ma anche, e in senso più trasversale, di aspetto. Non solo non si accetta più la distinzione tra ‘magro’ e ‘grasso’, ma anche tra ‘bello’ e ‘brutto’.

Il fenomeno Usa appare talvolta perfino eccessivo, eppure, in termini pratici, ha già spinto diversi nomi illustri ad annunciare scelte importanti: da Nike a H&M, da Abercrombie al fumetto di Topolino, gli impegni verso strategie più inclusive delle diver-sità hanno ridisegnato, in un senso o nell’altro, il posizionamento di molti marchi, non solo americani.

Il tema ha coinvolto anche il fronte del lusso, dove si genera un paradosso “apparente” (così l’ha definito Giorgio Armani) tra il concetto di inclusività e quello dell’esclusivi-tà propria dell’alto di gamma. Un messaggio forte l’ha lanciato l’AD di Gucci Marco Bizzarri a fine ottobre, definendo terminata l’epoca del lusso esclusivo, a favore di quello inclusivo, ovvero capace di coinvolgere il più possibile, a partire dai negozi, ma anche oltre, nell’ormai continuativo e mai finito mondo virtuale.

In una recente intervista, il CEO di Balenciaga Cédric Charbit si è spinto oltre, arrivando a indicare, per il brand inclusivo, un ruolo anche attivo in senso sociale. “Il brand non è più solo qui per vendere prodotti – ha spiegato il CEO – perciò dobbiamo concentrarci sul fatto che ci rivolgiamo a una nostra audience allargata, non solo ai nostri clienti”. Tutto ciò, evidentemente, prescinde dalla moralità. Un brand si muove per assicurarsi successo industriale e commerciale. In questo senso, il green ha iniziato a tradursi in business, e lo prova il fatto che il recente Pitti Uomo di Firenze, come viene illustrato in un articolo di questo numero, ha registrato un massiccio utilizzo di etichette ‘parlanti’ in senso sostenibile.

Probabile che, presto, le etichette siano in grado di raccontare anche storie inclusive.