Cina, Tav e Reddito: scontro D’Amato-Bonisoli

Confronto serrato tra il numero uno della Federazione dei Cavalieri del Lavoro e il ministro per i Beni Culturali davanti agli imprenditori riuniti a Matera: si parla anche di Mezzogiorno

Roma, 30 marzo 2019 – La stabilità del governo è importante. Ma è una condizione necessaria ma non sufficiente per fare le riforme che servono al Paese. Va giù duro Antonio D’Amato, ex presidente di Confindustria e numero uno della Federazione dei Cavalieri del Lavoro. In platea, ad ascoltarlo, c’è il ministro dei Beni Culturali, Alberto Bonisoli, che ha appena terminato la sua intervista pubblica fra i brusii della platea di imprenditori riuniti a Matera per il workhosp dal titolo significativo: “Conoscere per competere”. Al centro del convegno avrebbe dovuto esserci soprattutto un tema: la cultura come motore della crescita. Ma, la Casa Cava nel cuore di Matera capitale della cultura, dove si svolge il workshop, si trasforma in un’arena. Un confronto a 360 gradi: dal reddito di cittadinanza all’accordo con la Cina, dalla Tav alle elezioni europee fino al Mezzogiorno. Solo su un punto D’amato e Bonisoli sono d’accordo, nel considerare la cultura come un motore dello sviluppo e della reputazione del Paese. Per il resto le posizioni sono molto diverse.

A cominciare dal reddito di cittadinanza, una misura neo-keinesiana per Bonisoli e paleo-assistenziale per D’Amato. “Siamo un Paese che da decenni non investe più su se stesso, che ha il 70% del patrimonio culturale dell’umanità e non lo sa gestire – tuona il presidente dei Cavalieri del Lavoro – La reputazione del nostro Paese dipende proprio dal modo in cui rigeneriamo le nostre città, difendiamo i nostri monumenti, valorizziamo le nostre bellezze naturali”. Ma c’è di più. “Oggi l’impresa esiste solo se compete. E, la competizione, è globale”. Anche per questo i Cavalieri del Lavoro hanno gradito poco o niente i modi e in contenuti del memorandum di intesa con la Cina. Per Bonisoli un successo. E il ministro racconta anche la soddisfazione del collega leghista Centinaio per l’accordo sulle esportazioni degli scarti del maiale alla Cina.

Per D’Amato, invece, un’intesa distonica. “La competizione, oggi, non è più fra Paesi ma fra continenti. Come si fa a sostenere uno slogan come “Italia first”, quando sono chiare le mire egemoniche di un Paese come la Cina che per anni ha fatto della concorrenza sleale e del dumpig sociale gli elementi costitutivi della sua crescita”. Il problema, insomma, è quello di avere mercati aperti “e non di offrirsi ai mercati” senza contropartita. Una linea condivisa anche dal presidente della fondazione Italia-Cina, Alberto Bombassei.

Poi, l’affondo sulla Tav. Bonisoli insiste: “Meglio puntare su altri corridoi”. D’Amato ricorda che con la Francia abbiamo siglato un trattato: “Come si sentirebbe il governo che ha appena firmato l’accordo con la Cina se quello successivo lo stracciasse”. Per D’Amato, insomma, non si può tornare indietro. Soprattutto sulle riforme. A cominciare da quella del lavoro, che va completata: “In Italia non c’è un deficit di diritti ma esattamente il contrario”.

A tenere banco al workshop dei Cavalieri del Lavoro anche il tema del Mezzogiorno. E non esiste solo il Sud, stereotipato, del “sottosviluppo” e dell’assistenza. Il racconto di Luca Bianchi, direttore Svimez, è un po’ diverso. Il divario esiste, la crisi ha colpito duro, ma esiste anche un altro Sud, che esporta, innova, ed è capace di stare sul mercato. Quello che è mancato, sottolinea la Svimez, è l’apporto dello Stato. Gli investimenti pubblici sono calati di almeno 10 miliardi. Per invertire la rotta, aggiunge Bianchi, occorre perciò un grande investimento sulle competenze. D’accordo anche Patrizio Bianchi, superassessore regionale dell’Emilia Romagna: “Un Paese che non investe sull’istruzione ha smesso di investire su se stesso e sui giovani. In Emilia abbiamo ridotto la dispersione scolastica sotto il livello europeo”. Per Gaetano Manfredi, presidente della Conferenza dei Rettori, “è necessario puntare sulle competenze trasversali e non solo su quelle specialistiche”.

E le politiche per il Sud? Le chiama “dolci follie” Nicola Rossi, economista eretico ex Pd: “E’ da venticinque anni che portiamo avanti con testardaggine strategie che non danno risultati. Meglio concentrarsi su un solo obiettivo e pensare a qualche politica disomogenea, magari ritornando ai salari differenziati legati alla produttività. Quanto alle tasse, poi, Rossi propone aliquote legate alla dote infrastrutturale. Imposte più basse fino a quando il Sud non raggiunge la stessa qualità di servizi del Centro Nord. Un’autonomia fiscale all’incontrario.