di Caterina Zanzi

Soltanto fino a qualche anno fa, i marchi della moda e degli accessori (specie quelli dell’alto di gamma) guardavano al mercato del secondhand da lontano, e non senza un certo allarmismo. Il business del seconda mano non solo era snobbato, ma era proprio evitato con perizia, per paura che questo impattasse negativamente sulla vendita dei nuovi prodotti, e che ne svalutasse la percezione, anche in considerazione del gravoso problema dei falsi. Così, nuovo e vintage hanno percorso per tempo binari diversi, ostinatamente paralleli. Se non che, in questa doppia corsia, il treno dell’usato ha cominciato a marciare a ritmi serrati. Prova ne è la fortuna sia di alcune insegne fisiche (come Wgacma, acronimo di ‘What Goes Around Comes Around”, celebre riferimento dell’usato negli Stati Uniti) sia di quelle online, con in cima nomi come quelli di Vestiaire Collective e TheRealReal. Quest’ultimo, entro l’anno, dovrebbe addirittura quotarsi, dopo che lo scorso luglio ha raccolto 115 milioni di finanziamenti privati, in un deal che aveva valutato il reseller online a stelle e strisce ben 745 milioni di dollari. La continua espansione dell’apparel di seconda mano ha così convinto i brand, quelli del fast fashion come quelli del lusso, a ridurre la distanza tra i binari, avvicinando il nuovo all’usato. Anzi, spingendosi a cercare di controllare in qualche modo il fenomeno, traendone dei profitti.

I dati a disposizione confermano il trend di forte crescita: stando a un recente report di ThredUp, il valore di questo mercato dovrebbe toccare i 41 miliardi di dollari a livello globale entro il 2022, e superare quello del fast fashion entro il 2028. Il resale, secondo la ricerca, dovrebbe guadagnare sempre più spazio nel guardaroba delle persone (crescendo dall’attuale 6% all’11% nel 2022) e soprattutto in quello dei consumatori ‘high spending’, che oggi rappresentano il 12% dell’audience e sono pronti a raddoppiare le proprie spese in 5 anni. A trainare l’usato concorrono più fattori: l’interesse dei Millennials verso uno shopping più consapevole (i giovani tra i 18 e i 24 anni generano il 40% degli acquisti di seconda mano), la volontà di impegnarsi in un’ottica di riciclo e sostenibilità, ma anche fattori più concreti come la competitivà dei prezzi e la voglia di sfoggiare uno stile personale, che vada oltre la stagionalità delle collezioni.

DAL SECOND HAND ALL’IPER LUSSO

La ‘febbre’ da second hand ha dimostrato di contagiare i player di ogni livello, dalle griffe dell’extra lusso alla ‘moda veloce’, dall’orologeria più esclusiva ai grandi magazzini. In quest’ultima categoria spiccano i casi di Galeries Lafayette, storica insegna francese che solo qualche settimana fa ha comunicato il lancio di Le Good Dressing, un sito di abbigliamento di seconda mano, il cui annuncio è arrivato a pochi mesi da un altro esperimento del retailer sul tema, stoppato dopo qualche tempo. Un’altra catena, questa volta americana, ha invece preferito investire in un marchio già consolidato: è il caso di Neiman Marcus, entrato nel capitale del reseller di lusso online Fashionpile, attivo da oltre vent’anni nel campo, con un fatturato stimato di 200 milioni di dollari.

E persino l’orologeria, uno dei comparti più esclusivi e di conseguenza più avversi al seconda mano, non ha saputo resistere alla tentezione. L’avvicinamento al business del ‘secondo polso’ ha avuto inizio con Audemars Piguet che, nel 2018, ha annunciato il proprio ingresso nel settore, definendolo la “next big thing” dell’industria orologiera. Una mossa che, oltre a tentare di arginare il sempre crescente problema dei falsi, mirava anche a tagliare fuori i rivenditori terzi e a guadagnare terreno sul web, il vero punto di riferimento per gli amanti dei segnatempo ‘d’antan’. Un’opportunità, quella dell’usato, su cui lo scorso giugno anche Richemont ha deciso di investire, acquisendo Watchfinder & Co., piattaforma inglese attiva dal 2002 che fornisce ai clienti la possibilità di ricercare, comprare e vendere orologi già utilizzati, sia online sia in sette boutique nel Regno Unito.

Scendendo dall’Olimpo dell’alto di gamma, anche i marchi del fast fashion, però, dimostrano di non poter rimanere indifferenti. Notizia recente è quella di H&M, che ha dato il calcio d’inizio con il suo brand &Other Stories: in un test pilota per la Svezia, il colosso svedese ha annunciato che inizierà a vendere sul sito capi di seconda mano. A dare l’annuncio è stata Anna Gedda, la responsabile della sostenibilità del gruppo. “Si tratta di avere una visione circolare delle cose e di capire come ridurre drasticamente l’impatto ambientale, estendendo il ciclo di vita di un prodotto”.

Il seconda mano, insomma, sembra mettere d’accordo davvero tutti: dai consumatori interessati a un comportamento più ‘etico’, alle aziende alla ricerca di un posizionamento più sostenibile (e, ovviamente, del profitto). In Italia, per ora, le cose sembrano muoversi a passo più lento: ancora le iniziative nel campo sono poche, anche se i primi segnali cominciano a esserci. A gennaio, per esempio, il gruppo Piquadro ha annunciato di aver investito nella startup bolognese ideatrice dell’app Vintag, un marketplace del second hand. Altre mosse, però, non dovrebbero tardare ad arrivare.