di Susanna Ardigò
foto Veneranda Fabbrica del Duomo

Nel 1387 Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano, istituì la Veneranda Fabbrica del Duomo con l’obiettivo di avviare pienamente i lavori di progettazione e costruzione della nascente cattedrale (che sorgeva al posto dell’esistente Santa Maria Maggiore), iniziati nel 1386. Il duca decise di utilizzare il magnifico marmo bianco rosato delle cave di Candoglia, una frazione del comune piemontese di Mergozzo, sulla sinistra del ume Toce, all’imboccatura della Val d’Ossola: terreni che appartenevano alla famiglia Visconti e che furono donati alla Veneranda Fabbrica per la costruzione dell’intero monumento e la sua successiva manutenzione. Il Visconti concesse anche il trasporto gratuito dei marmi fino a Milano attraverso le strade d’acqua, affinché il cantiere ne avesse sempre a disposizione per conservare inalterato lo splendore dell’opera nel tempo a venire. Per i secoli successivi, il trasporto del materiale fino a Milano avveniva dal Toce al Lago Maggiore, lungo il Ticino e il Naviglio Grande e poi all’interno della città fino alla darsena di S. Eustorgio. Attraverso un sistema di chiuse, realizzato dalla Fabbrica stessa, arrivavano al Laghetto, oggi Via Laghetto, a poche centinaia di metri dal cantiere della Cattedrale. I barcaioli, per entrare in città, utilizzavano l’espressione «aufa», abbreviazione della locuzione latina «ad usum fabricae ambrosianae», con la quale potevano passare senza pagare il pedaggio.

La locuzione era usata in quel periodo anche per il trasporto del materiale da costruzione, esente da dazio, di altre importanti cattedrali italiane. Ne è rimasta oggi traccia nell’espressione «a ufo» che significa «senza pagare»: pochi probabilmente conoscono la curiosa origine di questo modo di dire molto in uso e per lo più in un’accezione negativa che, come vediamo storicamente, non aveva! Intorno al Duomo si formò dunque un unico grande cantiere di scalpellini e scultori che lavoravano e trasformavano direttamente in loco i blocchi di marmo, che si estendeva intorno all’abside e nel luogo chiamato Cassina che, poi, si staccò dal cantiere del Duomo e diventò sede esclusiva della lavorazione dei blocchi di marmo per la trasformazione in sagome architettoniche, ornati e statue, divenendo quello che è oggi noto come il Cantiere Marmisti.

Maestranze dedicate al monitoraggio della guglia maggiore del Duomo.

La collocazione di questo cantiere è poi cambiata più volte nel corso dei secoli in funzione delle esigenze di trasporto dei materiali e del piano regolatore di Milano. Il trasferimento dei blocchi di marmo al cantiere venne effettuato via acqua no agli anni 20 del Novecento; poi, con la copertura dei Navigli e, soprattutto, con la realizzazione di una rete di strade ferrate, il cantiere venne spostato in un’area alle soglie dell’autostrada, l’attuale sede di via Brunetti (zona Certosa). Ed è in questo luogo che il «cantiere infinito» perpetua con immutata eccellenza la lavorazione del marmo per sostituire le opere danneggiate della grande cattedrale, quasi un meraviglioso organismo vivente che necessita di continue attenzioni e cure. Il marmo di Candoglia, per la sua formazione cristallina, la particolare colorazione biancastra tendente al rosa, è perfetto per le decorazioni architettoniche, però la sua natura minerale lo rende molto delicato: le stupende sfumature rosate che ricoprono la cattedrale sono infatti dovute alla presenza diffusa di piriti e quarziti, che rendono il marmo più esposto a in ltrazioni e accelerano il processo di erosione da parte degli agenti atmosferici. Questo causa un deterioramento non solo degli elementi d’ornato e delle statue, ma anche dei basamenti e dei punti di appoggio, che devono con frequenza essere smontati e rifatti. La grande storia del Duomo di Milano è dunque viva e il cantiere di via Brunetti, con l’ammirevole operosità e maestria dei suoi marmisti, ornatisti, riquadratori e fresatori, ne garantisce la continuità, il rinnovamento nel rispetto dell’originalità.

Nel grande spazio esterno del cantiere sono ospitati i blocchi di marmo in attesa di essere lavorati e tante sculture rimosse dalla cattedrale che, nel corso del tempo, sono state fedelmente riprodotte. Un tuffo al cuore, una vera emozione sfiorare con la propria mano questi capolavori del passato, frutto del lavoro e della passione di grandi maestri. Opere che non muoiono ma che vengono conservate grazie a un grande saper fare che per nostra fortuna non si è perduto e testimoniano il fluire del tempo, un tempo infinito fino a quando ci saranno mani di abili artefici in grado di garantire questa continuità. Entrando nel laboratorio si resta meravigliati dalla maestria e professionalità degli artigiani grazie ai quali il Duomo continua a stupire il fedeli e i visitatori con il suo grande splendore, sempre rinnovato nel rispetto della memoria. Nel Cantiere Marmisti si lavora con passione e pazienza. La passione e la pazienza che permettono di apprendere e consolidare un mestiere d’arte per il quale non esistono ancora centri di formazione specifica (salvo quello di Carrara) e che si apprende quindi principalmente «sul campo». Un mestiere che permette ancor oggi di mantenere intatta nel tempo, rinnovata ma sempre fedele a se stessa, la meraviglia di uno dei monumenti più importanti del nostro patrimonio, amatissimo simbolo di Milano nel mondo.